Augusto Minzolini, giornalista, ex direttore del Tg1, è stato “salvato” dal voto del Senato della Repubblica. Accantonata la divisione tra maggioranza e opposizione, 19 senatori del Pd e 23 di Ap votano con Forza Italia, Ala, Lega, Cor, Idea e Gal e gli evitano la decadenza dalla carica di senatore, andando di fatto a ribaltare la decisione della Giunta per le autorizzazioni del Senato che il 18 luglio 2016 aveva votato invece la revoca del mandato parlamentare sulla base della legge Severino.

Per chi non lo ricordasse questa legge fu approvata nel 2012 dal governo Monti per assicurare “liste pulite” istituzioni senza condannati, e servì, il 27 novembre del 2013, a far decadere dalla carica di senatore Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale nel processo Mediaset.

La cronaca della giornata di ieri a Palazzo Madama può essere sintetizzata così: il discorso dell’ex direttore che dice “di essere pronto a bere la cicuta”, la libertà di voto lasciata dal Pd ai suoi senatori, il voto e il “salvataggio riuscito”, dopo essere stato rinviato per sette mesi.
Sbigottiti i cronisti, felici i colleghi di partito: urla, baci e abbracci si sprecano.

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Minzolini dopo il salvataggio: foto laStampa.it

Ma anche le reazioni di chi non ci sta: si parla di “Casta che si mette al di sopra della legge”, il M5S parla di voto di scambio con l’altro salvataggio, quello del giorno prima di Luca Lotti e convoca una conferenza stampa per esprimere tutto lo sdegno.
Si aprono discussioni su diversi fronti, fino a predire il ritorno del Cavaliere in politica e il superamento della legge Severino. E le polemiche continuano.

Non nascondo che questa vicenda mi ha molto colpita: i fatti che vi ho appena riportato mi hanno provocato una tristezza e una nausea che non provavo da tempo. Questa vicenda mi ha insinuato il dubbio che la legge non può essere uguale per tutti se per tutti intendiamo politici e non politici. Perché Augusto Minzolini è stato salvato in quanto politico, con gli strumenti della politica, con il pelo sullo stomaco della politica. In quanto direttore del Tg1 accusato di peculato, è stato condannato (la sentenza è stata confermata il 12 novembre 2015 dalla Corte di Cassazione) e gli sarebbe toccato rispondere di quanto gli era stato contestato. Ma in quanto senatore può adire alla Corte di Strasburgo (è convinto di essere vittima di una persecuzione politica) o godersi il suo status: perché, ricordiamocelo, se anche si dimetterà come dice, le sue dimissioni devono essere accettate da quella stessa camera che lo ha salvato.

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Forse il caso Minzolini mi ha colpito perché il protagonista è stato un giornalista, e anche uno di quelli bravi, ma di sicuro porterà, più che ad “incitare alla violenza” come dice di Maio, ad un ulteriore distacco degli italiani dalla politica: troppa la differenza delle regole tra i due mondi. Se solo penso alle cosiddette “querele temerarie” che ogni giorno cercano di strozzare la voce di altri colleghi prima di provare se abbiano detto o no cose false, sembra un mondo parallelo quello di un senatore difeso e salvato nonostante una condanna passata in giudicato.

Spero che Augusto Minzolini non me ne voglia per queste parole e per tutto il clamore che la sua vicenda suscita e susciterà, ma d’altronde è stato lui a dire che:

“La distinzione fra pubblico e privato è manichea: un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico”.

E lui, ormai, è davvero un politico a tutti gli effetti.

Federica Macchia

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