Prima di oggi, il calcio era uno sport, ancora lungi dall’esser accostato al marketing o al mero pensiero del fatturato. Prima i giocatori avevano una sincera passione per il gioco, nato tra i campi della periferia della propria città. Io mi innamorai di questo sport grazie a un giocatore che, per certi versi possiamo considerarlo un pò il precursore delle icone calcistiche di oggi, ma senza quella presunzione e onnipotenza che li lega e li affoga. Il giocatore di cui vi parlo è Roberto Baggio. Da bambino fui affascinato di questa persona che solcava i campi sospeso in aria con quel codino che subito fu a imitazione di tutti, compreso me. Mi piaceva perchè dava la sensazione di essere una persona che, nonostante i fallimenti, era duro a morire, nonostante le critiche di una stampa a penna libera, era duro a sciogliersi come neve al sole. Era più forte di tutto e tutti. Anche degli infortuni che lo hanno condizionato per tutta la carriera, fin dal principio, e come Lui stesso ammetterà, continuerà a giocare con una gamba e mezzo. Per rinfrescarvi la memoria, con una gamba e mezza, il Divin Codino è riuscito a vincere due scudetti, una coppa Italia, una coppa Uefa. Pur non avendo mai vinto la classifica capocannonieri, è il settimo realizzatore, cosa non da poco, del campionato di Serie A con 205 gol, preceduto da campioni come Totti, Piola e Meazza. Mentre in nazionale partecipò a ben tre mondiali ed entrò nell’immaginario collettivo, ahimè, con l’ultimo rigore calciato contro il Brasile nella finale del 1994. Inoltre, a livello individuale, è stato uno dei pochi italiani a vincere il Pallone d’Oro e il Fifa World Player (1993) e considerato, dai grandi del calcio, come uno dei migliori giocatori mai esistiti. Certo a leggere queste statistiche e a pensare a chi è venuto dopo di Lui non sembra fosse questo grande calciatore. Ha indubbiamente collezionato più liti con gli allenatori che trofei. Durante tutta la carriera ha diviso a metà i critici, tra chi si opponeva considerandolo non un leader ma più un gregario con poche attitudini a difendere e chi, lo ammirava come fosse il nuovo messia sceso in Terra per mostrare a Noi comuni mortali i miracoli, i veri miracoli, che compiva col pallone. Lippi, Ulivieri, Sacchi e pure Capello lo vedevano come di troppo nello spogliatoio, soprattutto in un calcio che a differenza di oggi, l’ego dell’allenatore batteva quello del fuoriclasse. Mentre parole dolci furono spese da allenatori del calibro di Trapattoni, Simoni e il da poco ottantenne Mazzone. A causa di queste controversie fu costretto a vivere sempre con la valigia in mano, passando dalla sua amata Fiorentina ai piani alti della Juventus, per poi passare al Milan, Bologna , Inter e infine il Brescia. Non so dove stia la verità, so solo che il calcio con Lui è cambiato, definito un “nove e mezzo” da Platini, una via di mezzo tra un rifinitore e un attaccante, in sintesi il fantasista. Baggio aveva un sogno che non ha mai tenuto nascosto, vincere un Mondiale, e i suoi ultimi sacrifici in campo e fuori, puntavano a una sua speranzosa convocazione a quello che fu il Mondiale 2002 svoltosi in Corea del Sud e Giappone. Non ci sarà nessuna convocazione. Credo che pochi hanno dato e sofferto come Lui per il bene della nazionale. Negli ultimi anni la nazionale è diventata un circo dove vengono invitati giullari di corte senza nessun interesse per la maglia ma più dediti alla ricerca di una notizia che li impalasse sulla prima pagina di riviste sportive. Il calcio è cambiato e non si ritornerà più a quei valori umani e sportivi di un tempo. E allora ritorno con i ricordi alle partite dove speravo di assistere alle prodezze del Divin Codino, in una sua magia, in un gol, un assist che andava contro la fisica. Ecco questo è il calciatore che mi teneva attaccato al televisore e che ho amato nonostante le tante maglie cambiate. Nessuna patina di narcisismo, nessuna arroganza o prepotenza, nessuna superiorità verso i compagni che ha sempre aiutato spendendo parole di saggezza legate molto al buddhismo, filosofia al quale si era legato fin dagli esordi e che lo aiutò a passare i tanti momenti bui. Potrei raccontarvi di come il calcio di oggi non mi entusiasmi più, di come non vedo più bambini col pallone sotto il braccio intenti ad andare al campino sotto casa, di come la domenica mi disinteresso delle partite, ma tutto questo è perchè, come diceva Cesare Cremonini in una sua canzone “da quando Baggio non gioca più, non è più domenica…”

 

Giacomo Tridenti

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