L'inconnu sur la terre

Sinossi (traduzione dalla quarta di copertina): «Questo non è affatto un saggio, né un tentativo di comprensione di qualche mistero, oppure di forgiatura di qualche mito. Questa è una storia, scritta su vari quadernetti […]. È una lunga storia, che potrebbe essere quella di un uccellino, di un pesce e di un albero, perché parla molto del cielo, del mare e della terra in cui si inoltrano le radici. Al termine di tale storia, nulla è cambiato, o quasi. Ma è come una giornata molto lunga, svoltasi dalla prima ora dell’alba fino alla notte. Questa è forse anche, semplicemente, la storia di un bambino sconosciuto che passeggia senza meta sulla Terra, non lontano dal mare, un po’tra le nuvole – e che ama la luce intensa del giorno» L’inconnu sur la terre (Gallimard, 1978) di J.M.G. Le Clézio.

Recensione:

«Vorrei dire subito com’é il suo sorriso, perché questo bambino sconosciuto non resta mai molto a lungo. Svanirà tra qualche secondo, e chissà quando ritornerà. È la linea del suo sorriso che è bella, sottile, lieve, con due pieghe agli angoli delle labbra, un sorriso che non significa nulla di preciso, ma che si diverte da sé e che fa brillare più forte i suoi occhi neri. Lo si può contemplare per ore, voglio dire, anche dopo che è svanito. Resta nel cielo, dal lato delle nuvole, brilla come un arcobaleno nella luce. È un sorriso che fa nascere molte parole, molta musica. Le persone che lo hanno visto dicono: «Darei la vita per rivedere quel sorriso». O qualcosa di estremo di quel genere. Ma il sorriso è in loro, nel loro profondo, non vi è da dubitarne».

È con un enigma che inizia L’inconnu sur la terre, uno dei testi più pregevoli in assoluto, di J.M.G. Le Clézio, scrittore francese insignito nel 2008 del Premio Nobel per la Letteratura, amatissimo e celebre in tutto il mondo in quanto «autore di nuove sperimentazioni, avventure poetiche e di sensuali estasi; esploratore di un’umanità dentro e fuori la civiltà imperante».

Chi può mai essere questo “bambino sconosciuto”, dagli occhi brillanti e dal sorriso sereno, che vaga per il mondo, saltellando qua e là, gaio e spumeggiante? Perché si tratta di un’apparizione tanto rara? Ma soprattutto: per quale motivo le persone anelano di poter avere l’incommensurabile fortuna di rincontrarlo, prima o poi? La chiave per comprendere una metafora tanto ermetica la fornisce l’autore stesso «l’infanzia nascosta degli uomini è forse la sola in grado di consentire loro di accedere alla felicità».

Così finalmente ci accorgiamo che questo misterioso «petit enfant inconnu» altro non è che la parte bambina che ognuno di noi porta dentro, quella forza motrice e primordiale dotata di infinita creatività e curiosità, capace inventare e sperimentare, oltre che di sorprendersi, meravigliarsi ed entusiasmarsi per ogni cosa, dalla più grande e complessa alla più piccola e semplice. Purtroppo, crescendo, gli adulti tendono a reprimere il bambino interiore che li abita, fino al punto, in non pochi casi, di soffocarlo e rinnegarlo per renderlo del tutto inaccessibile. Se ne vergognano, lo temono in quanto esso, sotto certi aspetti, attesta un bisogno e una vulnerabilità. Ritengono che non ci sia più tempo, ormai, per stupirsi, per sognare. Credono che inibirlo forzatamente costituisca l’unica maniera per poter vivere in modo equilibrato. Al contrario, attesta Le Clézio, quanti danni derivano da quest’errata e stolta convinzione!

La nostra parte bambina è totale spinta verso la vita, apertura nei confronti di noi stessi e del mondo, disposizione d’animo fiduciosa e dinamica. Essa si rende imprescindibile per equilibrare un mondo adulto svuotato e troppo spesso monocorde, che non vede nulla, in quanto non sa e non riesce a godere del “qui e ora”. Solo se finalmente la rispetteremo e l’ascolteremo, potremo conoscere la vera, pura felicità, che si situa nella nostra innata capacità di saper apprezzare ciò che ci circonda senza inquinarlo con miopi pregiudizi e convinzioni false quanto artificiose. «Inconnu» perché ancora non lo conosciamo, in questo splendido capolavoro della letteratura francese contemporanea, il bambino interiore di ognuno di noi ci prende per mano e ci porta a scoprire tutto ciò che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi e che, nondimeno, è per noi totalmente «inconnu», ovvero l’incanto e la magia che si celano sotto ogni aspetto del reale: L’inconnu sur la terre (il bambino), insomma, ci svela L’inconnu sur la terre (la realtà, per quella che effettivamente è, ovvero, un autentico prodigio).

Le Clézio 2

L’opera dello scrittore nizzardo è un suggestivo viaggio in cui si incontrano il mare, la pioggia, la montagna, l’autobus, la strada, gli insetti, le nuvole, il vento, le parole, gli alberi, il temporale, l’aria, le rocce, i volti, i bambini, il pane, i cargo, l’arancia, le conchiglie, i fiori, i legumi, il miele e tanti altri componenti del reale, contemplati e indagati da un punto di vista inedito, imbevuto nella poesia. Attraverso le pagine dell’Inconnu sur la terre, un libro che è inno alla vita, agli elementi del reale, al miracolo della fratellanza tra gli esseri, il lettore si renderà conto del fatto che la realtà è davvero una miracolo immanente e totalizzante: in ogni momento, ovunque, accade qualcosa di straordinario. «La vita sulla terra è più sorprendente di qualsivoglia sogno», spiega l’autore, incoraggiandoci a guardare al mondo come ad un universo estremamente multiforme e incantevole, in grado di regalarci quella felicità piena che crediamo illusoriamente di dover cercare altrove. È come se Le Clézio appoggiasse sul volto dei lettori un paio di lenti speciali in grado di dimostrare che «la magia non è invisibile: è tutto ciò che vediamo, tocchiamo, sentiamo».

Oltre al suo messaggio, utopico e concreto al medesimo tempo, L’inconnu sur la terre è uno scritto ben più che semplicemente “degno di nota” per svariate ragioni. In primo luogo, si tratta di un testo che, pur presentando contemporaneamente caratteristiche proprie di molti generi testuali, non si lascia imbrigliare in nessuno di essi: non un saggio, non una poesia, non un testo narrativo, né un testo descrittivo. E neppure, contrariamente alle apparenze, una sorta di diario o reportage di viaggio.

La sua struttura, inoltre, è frammentata e al medesimo tempo coesa: la mancanza di un sommario indica l’assenza di qualsivoglia linearità, per un testo composto da microcapitoli di tema diverso sconnessi e al contempo connessi tra loro: le emozioni e la bellezza sono ovunque, sono istanti, frammenti che non necessitano di impalcature.

Potrà sembrare paradossale, eppure, la descrizione della vita raccontata nell’opera non conosce la dimensione spaziotemporale: l’atmosfera appare sempre sospesa, cristallizzata in un idillico, utopico non-luogo senza tempo.

Le Clézio, letteralmente, dipinge con le parole. Riesce ad arrivare al cuore di chi legge attraverso uno stile raffinato e suggestivo, senza però mai inciampare in eccessive ricercatezze che rischierebbero di inamidare il testo.

«Bizzarri animali rapidi che turbinano, che si slanciano, che attraversano l’aria. Perché le parole degli uomini dovrebbero essere differenti dai versi degli uccelli e dai sibili delle cavallette? Squillanti, violente, tristi, felici o lamentose, le parole si spostano nell’aria e vedo le loro tracce nel cielo. Non rimangono ferme. Non sono mai le stesse. Cambiano da un giorno all’altro e cambia anche chi le sente. Sono grida, mugolii, guaiti, gracidii, ronzii, scricchiolii, mormorii. Sono belle, inebriano con la loro vibrazione continua, sono le parole della vita, i segnali del mondo. Le parole, i pensieri, le immagini. Zampillano e balzano a casaccio».

Chiara Bolchini

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