E mentre negli stati europei si cerca di garantire stabilità senza contenere la rappresentatività, uno degli stati candidati all’entrata nell’UE distrugge tutti principi che avrebbero dovuto muovere l’azione della stessa istituzione sovranazionale. Com’è noto, il 16 aprile del corrente anno, i turchi si recheranno alle urne per sancire l’atto finale della “strategia” messa in atto da Erdogan, e forse daranno inizio a quel processo di corsi e ricorsi storici che caratterizzano la ciclicità della storia. La Turchia di Erdogan vuole vestire un Presidenzialismo puro, capace di annullare, senza lasciarne traccia, tutte le colonne portanti del parlamentarismo, rimettendo in discussione, inoltre, tutte le battaglie che gli avevano permesso di presentare la candidatura a stato membro dell’UE.

Molteplici sono le cause che potrebbero traghettare la Turchia in una situazione di dittatura, tra le più importanti vi sono la lotta al revanscismo di matrice Curda (largamente diffusa e condivisa tra la popolazione); la paura ancora viva nella popolazione di poter vivere un altro colpo di stato attraverso il quale, si sa, l’unico a pagarne le spese è proprio il popolo; infine, elemento da non trascurare, vi è il terrore proveniente dai confratelli musulmani estremisti che hanno, in più di qualche occasione, lacerato lo stato turco dall’interno.

È opportuno, per comprendere bene quella che potrebbe essere una delle metamorfosi più pericolose dei giorni nostri, conoscere gli attori principali di questa possibile trasformazione: l’attuale Presidente Erdogan e il sistema istituzionale ora vigente.

Recep Tayyp Erdogan approda sulla scena politica nazionale a seguito della sua elezione a sindaco della città di Istanbul. Si era già fatto notare come figura molto vicina al premier Necmettin Erbakan e per averne condiviso alcune idee di stampo islamico-conservatore. Nel 1998, infatti, verrà imprigionato dopo aver pubblicamente recitato dei versi di Ziya Gökalp (le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati) che gli costarono la condanna per incitamento all’odio religioso. La nascita dell’uomo politico Erdogan avviene, però, proprio quando lo stesso torna in libertà. Nasce così il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), compagine quest’ultima nella quale sembra essersi affievolita la componente religiosa estremista e rinforzata la componente moderata. Questo stesso partito lo porterà ad occupare sia la carica da primo ministro che quella di presidente della Repubblica Turca. Con il passare del tempo quella “dimenticata” componente conservatrice e religiosa torna a vivere attraverso le leggi partorite dai governi direttamente presieduti da Erdogan, o da lui formati.  Gli spazi di pluralità politica vengono mano a mano ritagliati e i diritti civili sostanzialmente ridimensionati. Si giungerà, a seguito del tentato colpo di stato del luglio 2016, a giustificare ogni tipo di persecuzione rivolta agli oppositori del “regime” con la finalità di tutelare l’ordine legittimamente costituito. Infine, si manifesterà la volontà da parte dello stesso leader di avviare una consultazione popolare tramite referendum sulla possibilità di mutare la forma di governo per giungere, da uno stretto e limitativo sistema parlamentare, a un forte e stabile presidenzialismo.

L’ordinamento costituzionale odierno annovera la Turchia tra le repubbliche parlamentari. Ciò significa che, per quanto la costituzione sia stata emendata alterando il normale funzionamento di un comune sistema parlamentare, il potere centrale è concentrato sul potere popolare che esprime un governo e lo lega a sé attraverso un voto di fiducia. Di seguito saranno riportati i punti principali della riforma sottoposta al voto popolare del 16 Aprile.

La forma di governo muta, come sopra ricordato, dal parlamentarismo al presidenzialismo. Il ruolo del capo dello stato, ovvero presidente della repubblica, vede lievitare in maniera consistente il proprio potere che si manifesta nei seguenti termini: diviene capo assoluto dell’esecutivo a seguito dell’abolizione della carica del primo ministro; nomina e revoca vicepresidenti, ministri, diplomatici e alti funzionari dello Stato; viene eletto direttamente dal popolo e quindi non legato da un rapporto di fiducia con il Parlamento; la durata della carica sarà pari a 5 anni; emana decreti esecutivi senza approvazione del parlamento; decreta lo stato d’emergenza; scioglie il Parlamento portando a elezioni anticipate che riguardano anche la sua carica; può essere iscritto o esserne leader di un partito politico.

Il parlamento, così come prospettato nel progetto di riforma, prevede: la rielezione ogni 5 anni che avviene contestualmente con l’elezione della carica del presidente; un aumento di 50 membri (si passa da 550 a 600); la possibilità di essere eletti dopo aver compiuto il 18esimo anno d’età, quindi una consistente modifica della legislazione sull’elettorato passivo; l’impossibilità di votare la fiducia; la possibilità di interrogare i ministri e i vicepresidenti solo per iscrittol’impossibilità di interrogare il presidente riguardo al suo operato.

Infine, per ciò che concerne “l’equilibrio” dettato dai pesi e contrappesi, previsto dal documento, si può notare che l’istituto dell’impeachment (messa in stato d’accusa del capo dello Stato) deve essere approvato dai 2/3 del Parlamento; la Corte Costituzionale viene ridotta a 15 membri, dei quali 12 nominati dal presidente e 3 dal Parlamento; il consiglio superiore della magistratura viene ridotto a 13 membri, dei quali 4 vengono nominati dal Presidente, 7 dal Parlamento e il ministro insieme al sottosegretario della Giustizia ne divengono membri di diritto (i ministri vengono scelti dal presidente); vengono aboliti i tribunali militari con l’eccezione dei giudizi disciplinari.

Quindi, qualora il popolo turco dovesse sostenere l’attuale capo dello Stato in questo progetto di riforma, si intraprenderebbe la via della stabilizzazione attraverso l’intera riforma del sistema, passando a una dittatura camuffata da presidenzialismo e annullando definitivamente il già flebile ruolo dello stesso popolo nella gestione del potere. Siamo di fronte a quello che potrebbe essere tranquillamente definito “il sultanato del nuovo millennio”.

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