Pare  che la civiltà occidentale postmoderna debba aspettare  sempre qualche attentato per uscire dal letargo che lo attanaglia, per poi  dare lezioni di democrazia e maturità sociale, politica e giuridica  al pianeta… poi  si addormenta  nuovamente e puntualmente  nel sonno occidentale, dove l’unica norma non scritta e codificata  è il diritto ad avere diritti, anzi, meglio, l’anarchia dell’egocentrismo e dell’ego.

In pratica trionfano i bisogni indotti del benessere, del  ‘’bellessere’’ e della pubblicità.

Claudio Risè   psicoterapeuta, giornalista e scrittore, anche collaboratore de ‘il Mattino’ e de ‘il Giornale’, ha scritto anni fa un  saggio che analizza ed approfondisce la società del desiderio, ma non quello sano che spinge allo stimolo  ed alla tensione positiva della costruzione.

Piuttosto il desiderio del desiderio illimitato e  la sua volontà è quella di  stigmatizzare la bulimia della società dello spreco: è il minimo comun denominatore e il liet motiv di  Sazi da morire (pagg. 165, edizioni San Paolo).

Nel suo nuovo lavoro  mette in luce  la causa   di tutte le depressioni contemporanee:  la cancellazione del limite, la rimozione  della fatica, la volontà di annichilire il sacrificio. I Robot ci stanno gradualmente sostituendo, si stanno ribellando all’uomo che li ha creati  e il genere umano è travolto passivamente  dai nuovi mezzi di comunicazione. La sana interazione dei social, che dovrebbero essere mezzi per allargare la comunità e creare le premesse   di vere iniziative nella vita reale si è trasformata in virtualità permanente. Avere un mezzo potentissimo e non indirizzarlo verso fini nobili, è l’idolatria del mezzo.

Consumo quindi sono: dilagano  messaggi pubblicitari legati al benessere, alle mode, e l’unico dogma  sembra essere  la scelta del centro commerciale per la domenica o l’acquisto dell’ultimo modello di telefonino.

Il Capitalismo finanziario  assume le sembianze di un Mostro che ha stabilito  una solida alleanza con le teorie materialiste di marxiana memoria.

Tutto è  solamente riducibile al materiale, laddove i  termini  spirituali, interiori ed intellettuali  sono assolutamente banditi in quanto politicamente scorretti.

Va aggiunto che lo sviluppo tecnologico  ha realizzato dei salti da gigante ,  ed è diventato fine a se stesso: quello che  viene considerato risultato è il progresso della macchina, senza alcuna logica o riflessione legata agli  effetti che questo può avere sull’uomo …

Risè  non si scaglia semplicemente  contro  le anomalie di questa società, ma articola il saggio utilizzando il  classico schema di studio che lo caratterizza e  che risulta psicologicamente ed antropologicamente efficace: in prima istanza presenta il problema, poi tenta di individuare ipotesi di risoluzione   passo dopo  passo,    attraverso la visione e la riflessione su dati esperienziali della sua attività. Inoltre la cultura e la competenza letteraria  oltre che scientifica lo conduce con costanza ai riferimenti ai miti e alle leggende che hanno sempre un valore emblematico e che sono più attuali di quanto si possa pensare.

In queste modalità  teoriche e pratiche, l’aspetto nozionistico e quello divulgativo da una parte e quello concreto e pragmatico dall’altro viaggiano su binari paralleli; si avverte una certa preoccupazione dell’Autore, che però non sfocia nel vizio e nel vezzo triste di scoraggiare ed avvilire. E’ sempre più forte man mano che si scorre il ben impaginato libro della psicologia e dell’esperienza, la speranza dei corsi e dei ricorsi storici, perché è cristallino  che l’essere umano è ormai stanco di alcune  “demenzialità internettiane”, di certi programmi televisivi (quelli sulle isole, ad esempio, con figure patetiche ormai al tramonto)  e delle influenze sociali di una cultura spazzatura elevata ad originale, per far prevalere i lati mediocri e deleteri di una democrazia che si allontana molto dai canoni classici.

Conseguita  tanta ricchezza, opulenza  e comodità , l’essere umano ha la nausea, quasi avrebbe voglia di vomitare fuori il tutto.

Non che il denaro sia da disprezzare, ma Risè ci spinge  a concepirlo quale  mezzo dignitoso ed onesto di  sopravvivenza e vita , un elemento  che ci consenta  anche qualche sfizio, ma non un obiettivo. Sembra quasi una banalità, un luogo comune, ma la pubblicità tutta spinge al consumo ed all’immagine sic et sempliciter.

Il narcisismo di massa  conduce  le persone verso l’idolatria  della  la propria immagine, l’attesa  del  commento positivo di amici e conoscenti, e ad una competizione  infinita  con il contesto di appartenenza.

La cancellazione delle norme, dei limiti, del buon senso e  dei confini ai comportamenti  ha instillato l’illusione  che tutto  il desiderabile divenisse possibile, e che il possibile fosse ovvio. Il culto del troppo conduce verso l’alienazione, perché non basta più nulla, ed eliminata la tensione verso un fine, non resta più la tensione positiva.

 

L’uomo ha l’urgenza  di riacquisire il bisogno, il tendere a qualcosa, anche senza riuscire a raggiungere l’obiettivo, perché la persona è limitata: è dotata di pregi  e potenzialità  ma  non è onnipotente. La società oggi ha rimosso la parola fallimento, eppure anche questo termine fa parte dell’esistenza , si vince e si perde.

Bisogna accettare ed accendere la fiaccola della fatica, perché la fatica è madre di creatività e fantasia; solo affrontando i problemi l’uomo scopre in sé quanto bella è la macchina che  è stata  progettata per lui, e quanto distante  dalla fatica sia il concetto di noia.

Perché l’Occidente è drammaticamente stufo, questo è il cuore del problema; e allora accettiamo l’invito di Risé immergiamoci consapevolmente felici  nella natura, fatichiamo e recuperiamo la connessione con la Terra Madre  e con la terra dei campi…. Lì probabilmente valuteremo aspetti differenti con un’ottica a dimensione umana …

David Taglieri

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