Dopo aver dato un accenno storiografico ed etnologico passiamo all’ultimo step di ciò che è stato il tarantismo. Infatti l’interesse culturale nei secoli successivi si muoverà in due direzioni: un interesse prevalentemente musicologico per gli effetti della musica sul corpo e sulla menta umana, e troverà la sua manifestazione più caratteristica verso la metà del ‘600 con l’elaborazione del gesuita Atanasio Kircher, mentre la seconda direzione è puramente medica per il carattere della malattia e le sue cause ed ebbe impulso con le monografie di Epifanio Ferdinando, divenendo esclusiva per l’influenza della scuola medica napoletana. Partiamo con il primo approccio, dove l’interesse per il tarantismo si inquadrava in una sinossi unica, in quanto si atteneva alla magia, all’occulto magnetismo dell’universo, e in particolare alle prodigiose efficacie curative della musica. Secondo il Kircher la cura prodigiosa dei morbi può esser considerata sotto tre specie diverse: come cura soprannaturale, come arte dei demoni e come prodigio naturale. A quest’ultima apparteneva il tarantismo, attraverso le prodigiose guarigioni ottenute dalla musica. Il Kircher condivideva con la tradizione popolare pugliese tutti i dati ideologici del tarantismo, solo che di tali nessi egli volle essere in un certo senso il filosofo, il giustificatore nel quadro della iatromusica. Diversa sorte toccò al tarantismo secondo la valutazione più strettamente medica. Il tarantismo veniva ridotto a uno stato tossico derivante dal morso di una racnide velenoso, o un disordine psichico, o una combinazione delle due cose: il resto, era ormai destinato a diventar sempre più estraneo. Il tarantismo non era da ricercarsi nella tarantola, ma nei pugliesi, e che animali e malattie entravano nella questione in obliquo, mentre i Pugliesi vi entravano in recto. Quando erano ridotti a mali estremi, nei momenti estremi, i pugliesi ricorrevano all’istituto del tarantismo, erede degli antichi culti orgiastici. E’ proprio attraverso l’azione combinata dell’Illuminismo napoletano con il del clero di S. Paolo a Galatina a porre le basi della disgregazione del fenomeno tarantismo, nato come sappiamo nel Medioevo. Qui si conclude il viaggio, qui si conclude l’avventura che spero abbiate vissuto con piacere, ma qui, sappiate, nella realtà contemporanea che viviamo, non è per niente morto il tarantismo, assorbito dalle generazioni odierne, tramandato da quelle vecchie, così da poter continuare a vivere di luce propria. Infine voglio  umilmente fare un ringraziamento speciale a colui che senza, non avrei scritto di tale fenomeno e per il quale mi sono ispirato scrivendo dalla prima all’ultima parola e che senza non avrei potuto lontanamente pensare di potermi appassionare così tanto a un culto così lontano dalla mia terra d’origine: Ernesto de Martino. Etnologo e antropologo ha dedicato la propria vita a scoprire sempre quello che si nascondeva dietro l’ovvietà e il mistero, riportando alla luce più di una risposta e lasciando al lettore quel gusto di ricerca verso la verità.

 

Giacomo Tridenti

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