Seconda parte: Sulle tracce di Terzani, dentro la Storia che non si può dimenticare. Una giornata di memoria.

Mi torna sempre in mente la mia soluzione, quella di metter una campana di vetro sulla Cambogia e di farla stare in pace per forza per una generazione, senza chiederle nulla, solo di vivere , di ritrovarsi, far crescere una nuova generazione ( T. Terzani)

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T. Terzani  – immagine archivi Rai

Phnom Penh è una città che apparentemente corre e vive come se non avesse nè un passato  né un domani.

Bella e talvolta confusa, ha in sé la pace del buddhismo, la povertà endemica di tanti Paesi asiatici, la storia di sudditanza che si annida e si rivela nelle forme e nello stile delle ville coloniali, le costruzioni moderne che si alternano indifferentemente a baracche di legno e lamiera. Tra parchi  di frangipani e ficus, giardini profumati dalle geometrie perfette, cumuli di spazzatura e ciarpame e strade ricche di storia, tra pagode, musei, statue, svetta qualche grattacielo di vetro e acciaio, simbolo del nuovo che avanza, che sta conquistando tutta l’Asia.

È una sensazione strana e dissonante. Percepisco chiaramente che dietro il sorriso e l’accoglienza esiste un Silenzio da rispettare, domande che non si devono fare.  Città affascinante, ricca di contraddizioni,  dove si può correre il rischio di scivolare sopra l’odio e il terrore, senza neppure accorgersi che la terra ne è intrisa. Intrisa di ricordi che fanno paura e ferite che sono curate senza fine, con la delicatezza di una falsa rimozione. Perchè in verità, basta sollevare il velo e lo squarcio della Storia esplode davanti agli occhi.

Una sera dunque mi trovo sul lungofiume, bar e locali piacevoli, differenti l’uno dall’altro. Decido per una birra  e chi mi accompagna mi propone una tappa imperdibile  per una come me che Terzani l’ha letto tutto: il bar ristorante FCC.

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Poster  dell’epoca in ingresso al FCC

L’acronimo è presto detto: Foreign Correspondents Club. Da qui Terzani e colleghi della stampa internazionale scrivevano i loro articoli e i dispacci negli anni ’60 e  ’70. L’accesso è una rampa di scale senza fronzoli, corrimano in legno. Alle pareti foto in bianco e nero, articoli di giornale. Lo sguardo rimane catturato, folgorato da fotografie che spesso sui giornali non sono nemmeno comparse.

Ecco una fotografia storica:  i cambogiani festanti, accogliere speranzosi un manipolo di Khmer Rossi, vestiti di nero, armi in pugno, sfilando nel centro cittadino. La loro fiducia è commovente. Sono il popolo più fiducioso dell’Asia. Ammetto di aver provato dolore e disagio di fronte a quelle immagini. Accogliere il loro Destino di morte con il sorriso, ignari di tutto.

Poi ci si siede, si beve una birra cambogiana: le ragazze che servono ai tavoli ti accolgono con il tipico gesto delle mani giunte e a me verrebbe voglia di chiedere perdono per tutta l’insipienza occidentale, per tutta la Storia di cui anche noi siamo stati ignobilmente partecipi. Una storia ancora tutta da scrivere in ogni sua verità.

Vi racconto tutto questo perchè la sosta al FCC, che ovviamente ci  ha  ispirato racconti e immagini mentre intuivamo lo scorrere notturno del Mekong da una terrazza, ha suggerito la mia visita del giorno successivo alla prigione-museo di Tuol Sleng, nota  anche come S-21.

Il giorno seguente mi accompagna il fido Va con il suo Tuk Tuk. Molto premuroso mi dice di fare con calma, che è una visita dolorosa. In verità quel dolore è tutto nei suoi occhi.

Due milioni di morti. Un genocidio di cui non è facile parlare, tanto vicino ai nostri tempi che io ero già una preadolescente mentre avveniva tutto questo. A scuola mi parlavano del Vietnam. Sulla Cambogia c’era un silenzio che oggi so essere stato anche, ma non solo, un silenzio colpevole.

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Entrata al Museo del Genocidio

Quando i Khmer Rossi entrarono in Phnom Penh, il 17 aprile 1975, si credette alla liberazione di questa terra, avendo sconfitto il regime di Lon Nol sostenuto dagli americani.  Invece Pol Pot, nome di guerra di Saloth Sar, capo dei Khmer Rouge, si renderà, con i suoi uomini (Khieu Samphan, capo di stato del regime e Nuon Chea, allora capo ideologo del partito), responsabile di una delle più feroci e sanguinarie soppressioni di un popolo.

Dopo poche ore dalla entrata in Phnom Penh, migliaia di cittadini vennero fatti sfollare, lasciando una città fantasma, convinti dai capi Khmer di essere sull’orlo di una invasione degli americani. Falso. In verità la popolazione fu deportata nelle campagne, a piedi, obbligata a lasciare ogni bene, ogni avere.

Migliaia moriranno di fame, stenti, malattie, lungo il cammino. Altrettanti moriranno per i disumani lavori forzati che conducevano rapidamente alla morte. Poi ci furono le torture… chi veniva portato a Tuol Sleng moriva torturato. Una tortura sistematica, scientifica, attraverso tecniche folli e impossibili da raccontare. Poche parole esistono per definirla.

La visita a Tuol Sleng è atto dovuto verso questo popolo ospitale e generoso, semplice e povero, che ha visto scomparire completamente la sua generazione migliore. Oggi l’età media è di 23 anni.

L’obiettivo dei Khmer Rossi era creare una società agraria completamente autosufficiente, in cui i vertici del partito – conosciuti in quegli anni con il nome di “Angkar” – controllassero tutti gli aspetti della vita dei cambogiani. Si trattava di un’ideologia che univa alcuni elementi del marxismo con una versione estremizzata del nazionalismo khmer, termine che indica il gruppo etnico più grande della Cambogia. I Khmer Rossi instaurarono una delle dittature più violente e terribili del secolo scorso.

Scomparvero  in primis intellettuali, insegnanti, pensatori, studiosi, medici, infermieri. Il regime pensava a un Uomo Nuovo, a un Anno Zero della Cambogia, un Paese chiuso  e autarchico.  Per la  realizzazione di questa utopia folle si perseguì l’annullamento della memoria, attraverso la cancellazione della Storia, degli intellettuali, della religione buddhista e dei suoi simboli e di tutti i nemici interni, veri ma soprattutto inventati. Attraverso il totale sterminio di buona parte della popolazione e l’assoggettamento del popolo cambogiano privato di riferimenti, di storia, di  memoria, si compì un genocidio feroce.

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Immagini all’interno della prigione S-21

Sono stata indecisa su quale lingua scegliere per ascoltare l’audioguida. Infine ho scelto l’audioguida in spagnolo, aggiungendo orrore a orrore, perchè in spagnolo ho visto molti film e documenti sulle torture dei regimi latino americani e sudamericani. Ci viene chiesto di non  fare fotografie all’interno delle celle. Solo fotografi autorizzati. Per questo troverete immagini per lo più scaricate dal WEB.

Tuol Sleng era una scuola. Divenne un carcere, un incubo, da cui era impossibile fuggire. Sopravvissuti accertati sembra siano stati  solo sette uomini, tra cui Chum Mey, che ho avuto  la fortuna di incontrare a fine visita.

Cinque edifici, le celle aperte e lasciate così come sono state ritrovate, con i letti a cui vennero trovati legati, torturati, mutilati e morti gli ultimi prigionieri . Il centro di detenzione e interrogatori tramite tortura ospitò e vide morire circa 20mila uomini in tre anni, dal 1975 al 1979, anno della liberazione e fine del regime dei Khmer Rossi .

Insieme a Tuol Sleng esiste il campo di sterminio di Killing Field , a 15 chilometri da Phnom Penh, dove esistono le fosse comuni e il sito è visitabile.

 A Tuol Sleng ci  sono le celle, gli strumenti di tortura, centinaia di fotografie. La mia visita è durata circa due ore. Ho visto persone giovani e meno giovani entrare con interesse ed uscire con gli occhi vuoti, inespressivi. Però se farete questo viaggio è importante non avere paura di tutto questo, perchè chi sa non ripete.

Anche io stavo uscendo piuttosto scossa e anche rabbiosa da questo museo inserito dall’UNESCO nell’ Elenco delle Memorie del Mondo. Prima del cancello di uscita ho visto una piccola bancarella con dei libri dedicati al genocidio. Dietro vi era seduto un uomo piccolino, dallo sguardo intenso e serio. Mi avvicino, lui si alza e si presenta: è Chum Mey, uno dei sette unici sopravvissuti alle torture e alla detenzione a Toul Sleng.

Chum Mey
Chum Mey -foto da web
Chum Mey in una delle celle
Chum Mey – foto di Andrew Gray- da web

Ammetto di aver  faticato  a trattenere le lacrime. Alla fine ho comprato il suo libro, ve ne sono versioni sia in francese che in inglese, in cui racconta la sua vita, chi era prima del regime e cosa è stato il regime, la prigionia e la tortura sotto il regime di Pol Pot.

Nella introduzione Chum Mey mi fa incontrare ancora una volta il volto accettante e sublime della terra cambogiana:

Je considere des tortures comme moi, parce-que qu’ils avaient à suivre les ordres des autres personnes. Comment puissè-je dire, je voudrais avoir une vison different? Pourais-je avoir la force de refuser de tuer, si la penalitè était ma propre mort?”

( Considero i torturatori uguali a me perchè essi dovevano eseguire degli ordini di altre persone. Come ho già detto, potrei avere una visione differente? Potrei riufiutare di uccidere, se la punizione era la mia stessa morte?)

 

Chum Mey e l'autrice dell'articolo
Chum Mey e l’autrice dell’articolo

Infine sono uscita e ho attraversato i viali nei pressi del Museo con lentezza, osservando ogni volto.

Va e il suo tuk tuk mi stavano attendendo un isolato più avanti. Non mi ha guardato se non di traverso, credo  avesse pudore delle emozioni che ancora trasparivano dal mio volto e forse anche della sua storia . Mi ha portato in un bar sul fiume e mi ha lasciata lì, a decantare i giorni, i volti, la banalità del male attraverso i sorrisi accoglienti della giovane cameriera, cui ho chiesto uno smoothie al mango e un piatto di riso.

Ho capito che Terzani aveva ragione: lasciare che la Cambogia viva e senza nulla chiederle attraversarla con rispetto. In cambio si può avere  una accoglienza vera, sorrisi immediati che talvolta sono davvero un fulgore di vita nuova per la loro immediatezza e senza filtro.

Mi mettono nelle mani un catalogo singolare: cinque giovani bellissimi, fotografati con grande professionalità negli ambienti tipici della Cambogia, reclamizzavano una barberia che alla sera diventava un locale notturno, dove sorseggiare cocktails. La cameriera mi racconta che questi giovani  sono pieni di vita, di voglia di fare e di creatività. E sono di una bellezza disarmante. C’è voglia di vivere, voglia di fare. Non di dimenticare, ma di andare oltre. Non mi è restato che godere della brezza sul fiume che mi ha pacificato l’anima, in attesa di una notte di luci e di musica nel centro di Phnom Penh.

di GIULIA LA FACE

http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-pacific-10602689

http://www.tempi.it/arrestato-e-torturato-dai-khmer-rossi-chum-mey-40-anni-dopo-ha-perdonato

http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-genocidio-cambogiano/11339/default.aspx

https://books.google.it/books?id=8aztAwAAQBAJ&pg=PT159&lpg=PT159&dq=cambogia+un+sogno&source=bl&ots=F4aUw4M3HV&sig=IVUbmsAu15rlzCrFe0-LLMt4pUA&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjowKSu4Y3TAhUMbhQKHV9LBEQQ6AEIXTAM#v=onepage&q=cambogia%20un%20sogno&f=false

http://www.corradoruggeri.it/terzani/

https://www.amazon.it/Cambogia-anno-zero-Ponchaud-Francois/dp/B00A8EF7CE

http://www.metropolitandotblog.it

https://metropolitandotblog.wordpress.com/2017/04/03/reportage-un-soffio-di-asia-la-cambogia-tra-mito-e-modernita/ (prima parte del viaggio)

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