Questa notte, la marina statunitense ha lanciato 59 missili Tomahawk contro la base militare siriana di Shayrat, da cui si pensa che sia partito l’attacco chimico contro la città di Idlib di martedì.
Ancora è presto per valutare i danni del bombardamento di stanotte, ma fonti vicine ai ribelli siriani (l’Osservatorio siriano per i diritti umani) riferiscono che la base dell’aviazione è stata seriamente danneggiata nelle sue strutture principali.

A handout photo made available by the US Department of Defense on 07 April 2017 shows an aerial view of the al-Shayrat Airfield near Homs, Syria, 07 October 2016. According to media reports on 07 April 2017, The United States military launched at least 50 tomahawk cruise missiles at al-Shayrat military airfield near Homs, Syria, in response to the Syrian military’s alleged use of chemical weapons in an airstrike in a rebel held area in Idlib province on 04 April. ANSA/US DEPARTMENT OF DEFENSE / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES


Ancora fino a domenica, un attacco diretto degli Usa contro il regime di Assad era impensabile. Lo stesso presidente Trump aveva deciso di cercare una mediazione con Putin e Assad, scartando l’opzione militare. Ma l’attacco contro Idlib, e le sue modalità, è stata la molla che ha fatto scattare il raid.

Quella di stanotte appare come una vera e propria rappresaglia contro l’uso di armi chimiche nella guerra siriana. Obama, già a suo tempo, aveva annunciato che l’uso di tali armi sarebbe stata la Red line da non superare per il despota siriano. Tuttavia, quando Assad le utilizzò in un altro attacco, Obama decise di non intervenire. In quell’occasione venne molto criticato perché, non dando seguito alla minaccia, avrebbe dato un’idea di debolezza e riluttanza ad impegnarsi seriamente nel conflitto (oltre a perdere la faccia con i ribelli moderati siriani, alleati degli Usa).

L’attacco di stanotte, ordinato da Trump sull’onda dell’emotività, ha scatenato la reazione russa, che ha chiesto una riunione di urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Inoltre, Putin ha definito quello di stanotte un atto di guerra contro uno stato sovrano e membro delle Nazioni Unite, quindi doppiamente grave.

Cosa accadrà ora è impossibile saperlo. L’ipotesi più realistica è che quella di stanotte sia stata una rappresaglia isolata legata all’uso delle armi chimiche, ed è veramente difficile che gli Usa vogliano impegnarsi nuovamente nel teatro mediorientale, nonostante l’imprevedibilità di Trump. Inoltre, la voce grossa di Putin era ampiamente prevista e prevedibile: si tratta, anche qui, di non perdere la faccia davanti al mondo ed agli alleati, la Russia non poteva tacere. Quest’ultimo fatto è avvalorato dalle dichiarazioni del Pentagono, che ha fatto sapere di aver avvertito il Cremlino dell’attacco di stanotte, per evitare di coinvolgere personale militare russo.

Tuttavia, come detto sopra, è difficilissimo che i due leader spingano lo scontro ad un livello più alto. Il rischio sarebbe una guerra che travalichi il confine siriano, con conseguenze imprevedibili. E questo lo sanno bene entrambi.

Chi parla di terza guerra mondiale è fuori strada anche stavolta, per nostra fortuna.

Lorenzo Spizzirri

https://metropolitandotblog.wordpress.com/2017/04/07/siria-e-adesso/

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