Come accennato nel primo articolo di questa umile rubrica, il mio nonno mi aveva spinto verso discipline come la boxe e il ciclismo. Quest’ultimo pur lasciandomi una piccola passione per l’oggetto della bicicletta che tuttora tengo gelosamente, non riuscì nel tempo a mantenersi ormai macchiato dai troppi casi di dopaggio (effetti del doping) e oltre. Ma tutto partì con l’ultima icona del ciclismo italiano anni ’90, ovvero “il Pirata” Marco Pantani. Fu un ciclista con caratteristiche di scalatore puro che lo contraddistinsero per tutta la sua carriera. Da professionista , ottenne in tutto 46 vittorie, vincendo un Giro d’Italia, un Tour de France e la medaglia di bronzo ai mondiali in linea del 1995. Fu l’ultimo dei ciclisti (dopo Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Stephen Roche e Miguel Indurain) ad aver realizzato l’accoppiata Giro-Tour ovvero la vittoria al Giro d’Italia e al Tour de France nello stesso anno (1998). Fu infine escluso tristemente dal Giro 1999 a seguito di un valore di ematocrito al di sopra del consentito, che lo portò lentamente ma inesorabilmente a morire dentro, causa soprattutto del clamore mediatico che suscitò in tutta Italia. Non è semplice parlarvi di Pantani, è stato un personaggio scomodo, un vincente, un fragile, un uomo catturato dalla tela di un ragno invisibile a tutti Noi. A livello ciclistico pochi raggiunsero la sua fama e la sua empatia. Sapeva emozionare come pochi, e ricordo ancora il mio nonno intrepido sulla sua poltrona, avere sensazioni di gioia sfrenata raggiunti poi dalla delusione di aver tifato un campione risultato positivo all’antidoping del 1999 durante quella fatidica mattina a Madonna di Campiglio. Nell’occasione Pantani non risultò positivo a un controllo antidoping: venne tuttavia legittimamente escluso dalla corsa a scopo precauzionale in base ai regolamenti sportivi introdotti a tutela della salute dei corridori. Ma oramai il danno era fatto. I troppi infortuni che Pantani soffriva in silenzio e queste accuse, lo fecero involvere, portandolo alla depressione e alla conseguente spirale della cocaina. Come lui stesso affermò: « Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile. » E non si rialzò mai più, le tappe si trasformarono in fallimenti e la sua vita si trasformò in un incubo, giudicato dall’opinione pubblica un “corrotto” dello sport e alla depressione e cocaina si aggiunse il terzo male, la dipendenza dall’alcool. Certo, vi domanderete come è possibile accostare un personaggio del genere ai grandi dello sport, ma fidatevi se il ciclismo ha avuto impennate di godibilità e una risonanza tale da comprarsi una bici e svegliarsi la mattina per scalare la “propria montagna”, questo è dovuto unicamente a Pantani, che nell’intimo pur essendo una persona introversa, era vera nei sentimenti umani che accostano tutti Noi. La morte di Pantani lasciò sgomenti tutti gli appassionati delle due ruote, uno degli sportivi italiani più popolari del dopoguerra, protagonista di tante imprese. Sulla morte non dico nulla, negli anni si sono aperte inchieste, è stata una overdose o nella morte c’è l’implicazione della camorra? Probabilmente non scopriremo mai la verità e dispiace per la famiglia che ancora combatte per far salire in superficie la verità. Io sono convinto che a ucciderlo sia stata la solitudine. Nel mondo spietato in cui viviamo, tra sciacalli pronti ad approfittarsene delle debolezze altrui, Pantani non riuscì a difendersi e nessuno lo fece per lui. La sua etichetta rimase impressa e questo è un dolore che lo portò a perdere sè stesso. Ma non dimentico quei pomeriggi, questo piccolo uomo magro e timido, che sfidava le montagne, staccando tutti e entusiasmando come non succedeva da tempo. « Marco, perché vai così forte in salita?» «Per abbreviare la mia agonia. » Sono sicuro che adesso la sua agonia sia finita e che la pace che perse su quella fatidica cima, sia scesa a valle per abbracciarlo.

 

Giacomo Tridenti

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