Ad un anno dalla pubblicazione del suo secondo disco, Mainstream, Calcutta è diventato ufficialmente uno degli artisti italiani più in voga del momento. Un indie intriso d’ amore e raccontato secondo modalità facilmente fruibili al pubblico: parole semplici accompagnate a musiche perfettamente orecchiabili. Melodie che, come un ritornello, rimbalzano tra le sinapsi neuronali facendo capolino nei diversi momenti della giornata: a lavoro, in auto, sotto la doccia…

Nasce a Latina il 19 Aprile del 1989 Edoardo D’ Erme, ormai noto come Calcutta. Decide di mantenere questo nome anche a seguito dell’ abbandono di Marco Crypta dal duo che avevano realizzato agli albori della loro carriera musicale. Il nome d’ arte non ha però un significato vero e proprio, purtroppo per i suoi fans; nasce un pò per caso, del resto non tutto nasconde necessariamente un perché

A pochi giorni dal suo ventottesimo compleanno, ricordiamo la volontà di emergere di questo novello artista pontino che debutta col primo disco intitolato Forse… Ama Lucio Dalla, Lucio Battisti, trova interessante Luca Carboni, ma più di tutto la musica brasiliana di Caetano Veloso, cultura cui si avvicina per la storia della dittatura e del tropicalismo sviluppatosi lì negli anni sessanta.

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Calcutta è un artista essenziale. Si cala nelle sue canzoni e le canta a piena voce; le canta per sciogliere un nodo in gola, le canta per smaltire una delusione, per fuggire dal quotidiano e da quelle relazioni viziate che da sempre caratterizzano il genere umano. Il tema della fuga è, difatti, fortemente radicato in lui ed emerge in maniera inconfutabile dalle sue creazioni musicali. Canta con passione, si, ma lascia trasparire tra le sonorità della sua voce, anche filamenti di una malinconia lancinante. E’ un uomo giovane, ma mostra già una maturità pazzesca; la mostra nei suoi testi, affetti da una delicata tenerezza che ama mettere in luce nonostante i trascorsi non propriamente piacevoli legati alle sue esperienze di vita. Un esempio? Cosa mi manchi a fare, primo singolo pubblicato a partire dal suo secondo album di produzione Mainstream, trampolino di lancio che, dalla nicchia del Pigneto, gli ha consentito un tuffo a livello nazionale.

Con Cosa mi manchi a fare Calcutta descrive la storia di un amore finito e la vana convinzione della possibilità di rialzarsi da una disfatta sì pesante. E’ duro affrontare il dolore, ed è altrettanto duro rendersi conto di quanto si sia inevitabilmente soli nell’ affrontarlo. Si cerca di risalire a galla per riprendere ossigeno, per respirare ancora, annaspando tra l’ indifferenza dei tanti che ci guardano o che fingono di esserci. E’ un passo quasi obbligato il dolore, ma non quanto l’ autoconvinzione di essere più forti addirittura di noi stessi: “Ti prego dimmi cosa mi manchi a fare, tanto mi mancheresti uguale…”

“…e non mi importa se non mi ami più, e non mi importa se non mi vuoi bene, dovrò soltanto reimparare a camminare, dovrò soltanto reimparare a camminare se non ci sei tu…”

Stefania Conte

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