“Tutti abbiamo delle responsabilità verso l’ambiente che ci circonda. Niente usa il carbonio come un umano dei paesi industrializzati, ma ne ha creato uno. Perché? Perché l’ha fatto? Produrrà 515 tonnellate di carbonio nella vita, l’equivalente di 40 camion. Farlo è stato pari a 6500 voli per Parigi (dalla Gran Bretagna). Non avrebbero avuto lo stesso impatto quanto alla sua nascita. Per non parlare di pesticidi, detergenti, plastica, combustibile per riscaldarlo. La sua nascita è stato un atto egoista, è stato crudele. Ha condannato altri alla sofferenza, se fosse veramente responsabile, quello che farebbe è tagliarli la gola immediatamente.”

Un pensiero troppo estremista, disumano, privo di qualsiasi logica induttiva, ma la deduzione che si potrebbe ricavare da questa idea in fin dei conti non è totalmente sballata. Le parole sopra enunciate fanno parte di una delle scene di una serie britannica a molti sconosciuta: Utòpia. Questa conversazione si tiene in una stazione dei pullman tra una madre di un bambino influenzato e Terrence, uomo elevatosi a messaggero di Dio per compiere il proprio destino: quello di salvaguardare il genere umano diffondendo un virus (influenza russa), obbligando la popolazione ad usufruire di un vaccino con all’interno un genoma capace di sterilizzare la gran parte dell’umanità, ponendo fine al problema della sovrappopolazione. Soltanto l’8% di quest’ultima, sarà immune al genoma in modo da poter perpetuare il genere umano in futuro. Il genoma viene creato da uno scienziato che poi passerà nelle mani di un gruppo di complottisti capitanato da Mr.Rabbit, i quali credono fermamente di avere il compito di salvare l’umanità distruggendo chiunque potesse intralciarli. Naturalmente i loro antagonisti saranno un gruppo di ragazzi che si opporranno al maligno progetto. La serie merita lusinghe, in quanto ben fatta, ricca di colpi di scena, suspense, colonne sonore di gran livello create dal cileno Cristobal Tapia de Veer vincitore dei premi Royal Television Society Craft & Design Award for Best Original Music nel novembre 2013 e il Music Sound Award per la seconda stagione nel 2015, cast di tutto rispetto nonostante l’anonimato, scritta da Dennis Kelly e prodotta da Kudos film and television. Vi dico solo cari lettori, che era stato pianificato un remake americano della serie affidando la regia a David Fincher e prodotta dall’HBO, ma purtroppo nulla di fatto per alcune problematiche legate al budget.

 

Regia, sceneggiatura, musiche, attori, tutto di gran gusto e gran livello, ma la caratteristica più emergente della serie è il tema: la sovrappopolazione nel mondo. Thomas Malthus, economista e demografo inglese, affermò che la crescita della povertà e della fame nel mondo è dovuta quasi solamente alla crescita demografica, parole pronunciate nel diciannovesimo secolo ove la popolazione si aggirava intorno ai 200 milioni, figurarsi ora che il numero oscilla tra i sette e gli otto miliardi. Nel 1798 pubblicò un saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, in cui affermò che l’incremento demografico avrebbe spinto alla coltivazione di terre sempre meno fertili, di conseguenza con mancata produzione di alimenti ci sarebbe stato un arresto dello sviluppo economico. Sicuramente l’uomo non ha fermato lo sviluppo economico, soprattutto nell’ambito alimentare ma sarebbe meglio chiederci in che modo l’ha fatto, quanti ne beneficiano sia dei proventi, sia dell’aspetto salutare.  La discussione va estesa in altri campi naturalmente, da quello climatico a quello ambientale, da quello agroalimentare a quello della moda e così via. Il problema è stato preso in considerazione dal MoMa di New York attraverso una mostra,”Uneven growth: tactical urbanisms for expanding megacities” anticipando una visione della aree urbane della Terra nel 2030 con soluzione apportate da alcuni progettisti ed urbanisti internazionali. La mostra è stata dedicata a sei metropoli specifiche: Hong Kong, Istanbul, Lagos, Mumbai, New York e Rio de Janeiro. Un esempio riguardante Hong Kong, circondata dal mare, sarebbe quello di sviluppare la città su otto isole artificiali, creando ecosistemi autonomi ed indipendenti creando lavoro e sostentamento per gli abitanti (ipotesi avanzata da MAP office and network architecture lab).

La libera associazione FIGU- Landesgruppe Italia ( Freie Interessengemeinschaft für Grenz- und Geisteswissenschaften und Ufologiestudien , non è uno scioglilingua!) ovvero libera comunità d’interessi per le scienze di forntiera, le scienze spirituali e gli studi ufologici ha pubblicato sul suo sito un articolo interessante sul problema della sovrappopolazione ponendo soluzioni pensate e ragionate ma soprattutto condivisibili, razionali e non legate alla misantropia verso il prossimo; lo hanno chiamato il metodo dei sette anni. Prevede dei requisiti da soddisfare per allevare ed educare in maniera sana al massimo tre figli, e procrearli ogni sette anni, ponendo una compensazione tra nascite e morti, insomma una procreazione ad intervalli. L’articolo menziona uno stop mondiale di sette anni di nascite in tutto il mondo, ed il successivo anno si può avere il permesso di procreare secondo il proprio progetto. Fanno parte ulteriori requisiti per aderire, come ad esempio l’età minima, il numero di anni di matrimonio, avere una condotta impeccabile, avere una vita sana e regolare ecc. Ci sono anche soluzioni per chi rifiuta o trasgredisce a questi paletti, come sanzioni pecuniarie pari a 10 stipendi per ambedue i trasgressori, sterilizzazione per i due trasgressori, castrazione in caso di violenza carnale. La domanda da porsi è chi gestisce questi requisiti?

In quanto la Terra non dispone di risorse illimitate, e quelle limitate si esauriscono sempre più, che fine farà l’umanità? Rendersi conto di combattere la battaglia più dura del ventunesimo secolo in poi, non è più un’utopia ma qualcosa di concreto e tangibile. Il consumo di un kg di carne bovina comporta un’impronta che varia tra i 150 mq e i 300 mq e corrisponde alla frazione di terreno utilizzato per il pascolo e la produzione dei mangimi, all’energia utilizzata per la trasformazione ed il trasporto. Dei 51 miliardi di ettari di superficie complessiva del pianeta, solo 15 miliardi sono rappresentati dalle terre emerse. Dividendo la terra e il mare biologicamente produttivi per il numero di esseri umani che abitano il pianeta, risulta che ciascuno di noi ha a disposizione circa due ettari. L’impronta complessiva dell’umanità già eccede questo valore. Consumiamo, in un anno, più di quanto la natura può rigenerare nello stesso periodo. Tutto ciò comporta continue spallate tra vicini, o continui spazi ristretti per altri. I danni si riscontrano già oggi, e l’ambiente non ha più bisogno del nostro fare sardonico nei suoi confronti.

Che dite, già si sono mossi i primi complotti?

 

Mattia Gargiulo

 

 

 

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