Analisi degli effetti collaterali che la Gran Bretagna subisce a seguito dell’avvio della discussione per l’uscita dall’UE.

Il caos imperituro che regna sovrano all’interno della traballante Unione Europea, non smette mai di regalarci argomenti validi e tematiche altisonanti da analizzare a fondo. L’incertezza si colora, ancora una volta, di rossoblu. A sorpresa, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali in Francia e a qualche mese dalle consultazioni elettorali in Germania, la premier britannica, Theresa May, riprende una trazione che pareva essere ormai archiviata nella vita istituzionale inglese: le elezioni anticipate. La giustificazione data alla scioccante decisione presa nella scorsa mattinata si può riassumere in alcune sue dichiarazioni: “il Paese vuole unirsi, ma Westminster si divide”, e ancora “ne abbiamo bisogno, e ne abbiamo bisogno ora”, continua “l’unico modo per garantire certezza”, infine “non sono disposta a consentire che gli oppositori della Brexit indeboliscano la Gran Bretagna”. La posizione della May pare abbastanza chiara, ma la giustificazione più probabile si può ricercare senz’altro nella benevolenza dei sondaggi, capaci, questi ultimi, di prospettare un allargamento della componente Tory all’interno del Parlamento a spese dei riluttanti e poco “collaborativi” laburisti. Per trasformare queste congetture in “fatti” basta dedicarsi alle piacevoli letture di alcuni dei quotidiani come il Times, che “certifica” un vantaggio di 17 punti sul partito Laburista, o l’Indipendent e Sunday Mirror, che si spingono ancora oltre regalando ulteriori quattro punti di distacco alla premier in carica. 112 seggi in più, quindi, è questo il numero che garantirebbe alla direzione del partito conservatore di traghettare definitivamente l’arcipelago britannico fuori dalle acque agitate dell’UE. Per onor del vero, però, è doveroso riconoscere che la scelta della signora May non possa essere stata semplice, perché, bisogna ricordarlo, la stessa aveva escluso qualsiasi possibilità di elezioni anticipate impegnandosi a portare a compimento la legislatura nel 2020. Certamente si tratta di una scelta “coraggiosa e giusta”, o per lo meno così è stata definita da colui che, per poter conquistare lo scranno di primo ministro nella seguente legislatura, promise di rimettere al volere del “popolo” la possibilità di un divorzio con il “gigante” continentale: David Cameroon.

Ora, com’è noto soprattutto agli italiani, le elezioni anticipate mettono tutti d’accordo. I partiti di minoranza si riorganizzano e sperano di sovvertire l’ordine vigente in modo tale da giungere al potere e contrastare, nel caso specifico, l’esito di un referendum popolare. Il partito di maggioranza, invece, galvanizzato dalla dalle rassicurazioni di sondaggisti veggenti, spera di intensificare la sua presenza nei luoghi di potere e, nel caso specifico, di concludere il neonato processo di emancipazione politica ed economica.

Dai “cinguettii” dei due leader di opposizione, Jeremy Corbin per il partito Laburista e Tim Farron per il partito liberaldemocratico, possiamo cogliere la volontà di intraprendere una battaglia all’ultimo sangue, destinata a cancellare l’esito di quella che da sempre viene riconosciuta come la forma massima di democrazia possibile: il referendum. Nel social Network al quale si affidano tutte le personalità politiche del 2000 (twitter), quindi, sono state rilasciate le seguenti e rispettive comunicazioni “ufficiali”: “offrire un’alternativa ai Tories” e “è l’occasione per far cambiare strada al Paese”.

Bisogna comunque dare atto a queste “ambiziose personalità” politiche che, seppur in ritardo, hanno compreso come la scissione dal “colosso” Europeo comporti inevitabilmente la deflagrazione interna dello stato, e quindi l’ampliamento dei contrasti (già esistenti e concreti) con le altre componenti del Regno Unito. Dall’altra parte del confine, sempre più delineato e sempre più solido, infatti, la Scozia si serve della voce della sua first minister, Nicola Strugeon, per far risuonare chiaro e maestoso l’eco della lotta fratricida che va delineandosi: “la Scozia si difenderà”. Quindi, anche il partito dei nazionalisti scozzesi (Snp) darà il suo benestare alla premier in carica affinché si giunga  nuovamente alle urne.

L’atto finale della strategia conservatrice si consumerà nella giornata odierna, dove i parlamentari sono chiamati a votare la mozione per il voto anticipato fissato per l’8 Giugno. E’ opportuno ricordare  che, a seguito di alcune modifiche istituzionali riguardanti il processo di razionalizzazione parlamentare, il premier in carica ha bisogno del consenso di due terzi del Parlamento per procedere allo scioglimento delle Camere. L’attuale partito di governo possiede solo la maggioranza assoluta ma, come sopra sottolineato, vi sono tutti i motivi per credere che la mozione sarà approvata senza problemi di sorta, dando avvio a quel clima di frizzante incertezza, divenuto, oramai, il tratto peculiare della Politica europea e mondiale.

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