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Angkor Vat Temple – Ph. L. Tuseo

Capitolo tre: Siem Reap e i templi di Angkor. Perchè si resta folgorati da tanta bellezza

Il mio viaggio non poteva che concludersi con un lungo week-end ad Angkor. Ho trattenuto l’incontro con la Bellezza, la Storia e i Miti alla fine, sapendo che sarebbe stato un incontro indimenticabile.

Sono consapevole che si tratti del sito archeologico più visitato del mondo e la folla, temo, potrebbe togliere fascino a quello che per me è uno degli scopi principali del viaggio. Da Phnom Penh il volo è di appena 40 minuti, il tempo per un caffè e un breve sonnellino. Alla discesa il forte calore e l’umidità fanno sentire la vicinanza della foresta, delle lagune, della natura.

Siem Reap mi appare come una città asiatica cresciuta con il turismo. Qui la povertà si tiene ben nascosta, le vie della cittadina sono un susseguirsi di negozi e ristoranti, mentre motorini e tuk tuk si affollano sulla via principale. La notte senza dubbio a Siem Reap offre svago e ristoro.

Il cielo è semivelato, a tratti si apre sulla promessa di un tramonto acceso. I templi mi attendono. Tutto per me è solo attesa di andare verso la magia di Angkor. Faccio una prima ricognizione dopo due ore dall’arrivo. Un tuk tuk sarà a nostra disposizione, mia e di un caro amico che mi accompagna, per visitare l’area archeologica. Impossibile sappiatelo passare da un tempio all’altro senza un mezzo di trasporto, il territorio in cui sono dislocati è molto vasto per essere percorso a piedi. E il caldo non perdona.

Scegliamo di visitare uno fra le decine dei templi, Ta Prohm, riservandoci per il giorno seguente la visita ad Angkor Vat, il Bayon e altri piccoli templi.

Dal bosco si stagliano costruzioni gigantesche che la luce riflessa fa apparire scure e muscose. L’emozione è molto grande. Le radici gigantesche hanno ricoperto le strutture, divenendo un tutt’uno con le mura, riappropriandosi di ciò che l’uomo aveva sottratto alla terra. La potenza della natura e la grandiosità dei complessi architettonici, abbagliano e lasciano muti.

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Immagini di L. Tuseo

Almeno me. Perchè intorno una folla selvaggia di turisti in rigorosa “Tenuta da Viaggio Organizzato” sta facendo scempio del silenzio.

L’orario in effetti non è dei migliori e decine e decine di turisti continuano a farsi selfie imbarazzanti un pò ovunque, arrampicati come scimmie ammaestrate, scambiandosi macchine fotografiche e cellulari senza posa, inconsapevoli di quale bellezza e spiritualità stiano attraversando. Sono un pò dispiaciuta. Così ci ripromettiamo una levataccia per tornare a visitare i templi all’alba.

Le prime ore del giorno mi regalano la magia: le guglie di Angkor Vat, il più celebre tempio- villa di tutto il Sud est asiatico, emerge silenzioso e monumentale , tra i grovigli della giungla. Il sole che si alza ne ridefinisce i contorni, ne accende le forme. Impossibile non pensare alla grandiosità dell’Impero Khmer, guardando questo tempio che fu costruito intorno alla metà del XII° secolo e dedicato a Vishnu e in tempi successivi a Buddha.

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Ogni centimetro di pietra è decorato finemente, migliaia di immagini scolpite con grazia e devozione. Corridoi, passaggi , sale, statue.  Torri cesellate che si proiettano verso il cielo e sulla giungla. Copro le spalle con un velo, viene richiesto per rispetto alla sacralità del luogo. All’esterno passeggiano monaci dalla tunica arancione: si stagliano sul grigio della pietra, sui volti giganteggianti dei Buddha scolpiti. Le scimmie corrono sui muri, scendono per osservarci, quasi beffarde e sornione.

Ogni tempio è simile ma mai uguale. Ci aggiriamo nella foresta entrando in ogni sito, consapevoli della grandezza e della enormità di Angkor. Sembra un miraggio tanta bellezza. I bassorilievi percorrono senza sosta ogni parete disponibile, narrando le vicende dell’impero, battaglie, vite di Dèi e di Imperatori, di leggende mescolate ad eventi storici.

La storia racconta che dopo il 1300 e una prima disfatta subita per conto del popolo thailandese, Angkor cadde in definitiva rovina intorno al 1431.

La favolosa città fu abbandonata e i ricchi templi lasciati al potere e alla forza della Natura che si è riappropriata della terra, inglobando i templi e divenendone essa stessa parte. Grandi radici come giganti troneggiano sui muri e le torri, lasciandomi sorpresa e affascinata dal senso di grandezza e di forza che da tutto questo promana.

Per oltre 400 anni dopo il saccheggio, Angkor fu avvolta dalle nebbie dell’oblio, sepolta dagli alberi, celata tra la vegetazione tropicale. Gli abitanti della zona sapevano di queste rovine ma del loro eccezionale passato si era persa la memoria. Fu un naturalista francese, Henry Muohot, attratto dalle voci sui resti di un’antica civiltà nei pressi di Siem Reap, a riscoprire quasi per caso Angkor, nel 1860.

Cosa avrà mai provato trovandosi di fronte, nel bel mezzo della foresta, alla magnificente struttura del Bayon, monumentale e grandioso complesso da cui 216 giganteschi volti di pietra riproducenti il Buddha, lo osservavano da ogni direzione. Io resto ammutolita e colpita da tanto ingegno e dalla profonda spiritualità con cui ogni costruzione, ogni statua, è stata posta, pensata.

C’era già molta gente quando ho visitato questo enorme complesso inscritto quasi nella foresta come parte di essa. Ma ho potuto ugualmente sentirne il potere e la forza spirituale.

Non saprei dire, al di là della storia che è stata ricostruita tramite gli scavi e lo studio dei bassorilievi, delle iscrizioni , che si trovano nei templi della zona, cosa davvero implichi questo lascito straordinario all’umanità. Certo è che ci parla di una civiltà di grande raffinatezza, di profonda spiritualità, che ha invitato, attraverso la costruzione di luoghi così complessi, raffinati, curati, gli dèi a dimorare sulla terra, offrendo loro luoghi simili a quelli celesti, affinchè potessero essere di aiuto agli umani e portare loro benessere e prosperità.

Monaci in Angkor
foto di L. Tuseo
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foto di L. Tuseo
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foto di L. Tuseo
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foto di L. Tuseo
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foto di l. Tuseo
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Foto di G. La Face

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Tra un tempio e l’altro i cambogiani, con i loro carrettini, gli stand di frutta e di prodotti artgianali, stazionano al di fuori, in attesa dei turisti. Una fonte di guadagno che sta portando un grande benessere agli abitanti di Siem Reap e che spinge molti cambogiani e non solo, a trasferirsi per lavorare in questa zona. Non sono mai insistenti, con la loro innata gentilezza restano discreti anche quando vendono. Con il tuk tuk attraversiamo strade boscose tra alti alberi e vegetazione tropicale. Affiorano a tratti resti di templi, di mura, di camminamenti.

Ovunque percepisco la magia di un popolo lontano che parlava agli Dèi . E che ha creato per loro una dimora tanto vicina alla bellezza del creato.

 

di GIULIA LA FACE

 

http://whc.unesco.org/en/list/668

http://www.tourismcambodia.com/attractions/angkor.htm

http:/metropolitandotblog.it

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