L’essere umano ha sempre combattuto con la realtà immergendosi in fantasie ai limiti della comprensione: Galileo, Newton, Tesla, Einstein, per citarne alcuni, si sono scontrati con la loro immaginazione contro muri invalicabili per la loro epoca ma hanno lasciato una impronta, un ultimo addio al genere umano che era un benvenuto per i posteri. Per me è inimmaginabile oggi, veder un uomo volare come un’aquila e infrangersi contro l’atmosfera con gli occhi che piangono lacrime, o saper nuotare come squali senza preoccuparci di riprendere fiato, andando sempre più in profondità alla ricerca della nostra Atlantide. Tra le due scelgo il nuoto, il volo è troppo irreale, mentre il saper nuotare e percepire quei pochi minuti in apnea in cui si rimane sospesi nel vuoto gravitazionale, circondati da un mondo che non ci è mai appartenuto con le sue creature e gerarchie ha quella fantasia di cui vi parlavo, che si scontra con la realtà nel momento in cui siamo a corto d’ossigeno. Inizialmente odiavo l’acqua, questa presunzione da parte degli adulti di importi l’arte del nuoto senza interpellarti, senza chiedere, semplicemente buttandoti in acqua e sperare di rimanere a galla. Ma le cose cambiano. Sempre. In fase adolescenziale per non sentirmi inferiore ai miei coetanei iniziai a nuotare senza accorgermene, semplicemente osservando. Ho sempre avuto il “dono” dell’osservazione, guardare gli altri ed emularli, senza porre domande ma passando direttamente ai fatti, e questo mi ha aiutato nel nuoto. Certo, rischioso come dono ma basta saper usare il buon senso. Infine ho cominciato ad innamorarmene quando una compianto amico mi portò alla piscina comunale, aiutandomi ad affinare la tecnica delle bracciate, la respirazione, l’armonia, e da lì in poi non ne seppi più fare a meno. Nuotare era come pensare in movimento, lasciando tutti i problemi sul fondale e uscire più leggero di quando ero entrato. Esser accolti nell’elemento madre, esser abbracciati, rincuorati, confrontarsi con se stessi, su e giù, finchè i polmoni non bruciano, fino a quando il cervello fa di tutto per farti rinunciare, fino a che le gambe cominciano a esser zavorra, e te, incurante continui, fluido, una cosa sola, corpo solido immerso nel liquido, nel silenzio della miglior solitudine. In quel periodo nacque non anagraficamente, ma in senso sportivo, il più grande nuotatore che non altro mi ha ispirato a continuare, imponendomi inconsciamente uno stile di vita corretto, icona del nuoto mondiale, lo squalo di Baltimora, Michael Phelps. L’atleta più titolato nella storia delle Olimpiadi moderne: con 23 medaglie d’oro è l’atleta più vincente dei giochi olimpici e aggiungiamo pure le 33 medaglie vinte ai campionati mondiali. Dotato di una grande energia interna da sfogare, a sette anni, cominciò a praticare il nuoto. Due anni dopo si rivelò essere affetto dal disturbo da deficit di attenzione e iperattività: l’ADHD. Un anno dopo smise gradualmente di assumerlo per sua scelta. A 12 anni, su consiglio del suo allenatore Bob Bowman, smise di praticare qualsiasi altro sport, per dedicarsi più seriamente al nuoto, nella speranza di diventare un giorno un nuotatore olimpico. E devo dire che ci è ampiamente riuscito. Ogni sport ha bisogno di una icona per fare da ambasciatore in lungo e largo intorno al mondo; il basket ha Lebron James, il calcio ha Messi e il nuoto ha avuto Phelps. Dotato di particolare tecnica, si notò come nello stile libero producesse meno bolle alla sua bracciata, il braccio lo faceva entrare in acqua a partire dalla punta delle dita, diminuendo la superficie di contatto e incontrando di conseguenza meno resistenza dell’elemento liquido. Prolungava il più possibile la fase subacquea, per evitare di incontrare le onde che avrebbero potuto frenarlo. Tutto sotto rigido allenamento, che nei suoi anni migliori prevedeva due ore al mattino e tre al pomeriggio da passare in vasca, per sei giorni su sette con una media di 16 km al giorno. Io nel mio piccolo mi accontentavo di rimanere ammirato da tale potenza di natura, alla follia umana, al costante scontro fantasia-realtà e sognavo in quelle fredde, in piscina, di poter arrivare a competere un giorno con lui, di potermi misurare con il migliore. Era un sogno a fondo perduto ovviamente. Phelps era riuscito a spostare i limiti umani di 10 vasche, come è normale nell’evoluzione delle cose. Effettuò ciò che si pensava impossibile e con il suo addio ha lasciato speranza ai posteri, la realtà per adesso può aspettare a bordo piscina, come allenatori intransigenti, mentre attendiamo che la fantasia faccia il suo corso, che si tuffi e cominci a nuotare, bracciata dopo bracciata, pensiero dopo pensiero, fatica dopo fatica. Noi saremo lì per quando arriverà, a stupirci di nuovo e immagino, ingenuamente, che dopotutto volare non è cosi irreale come nuotare…

 

Giacomo Tridenti

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