Alla vigilia del secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia, l’aria che si respira non è certo di buon auspicio: nonostante siamo ormai agli sgoccioli di quella che, comunque vada, rappresenta una delle più importanti campagne elettorali degli ultimi anni per quanto riguardo il futuro della Francia e dell’Europa, l’elettorato sembra non apprezzare.

La sera del 23 aprile, terminato il primo turno delle presidenziali, la maggioranza della popolazione francese è venuta a conoscenza dei due finalisti, entrambi giudicati inaccettabili agli occhi di molti: un neo-liberale “né di destra né di sinistra” da un lato, ed un’ultraconservatrice di estrema destra dall’altro.

Emmanuel Macron e il suo programma centrista non sembra aver convinto fino in fondo la maggior parte della sinistra francese che, fedele a un concetto di partito antico e molto radicato nella mentalità dominante, non vede di buon occhio questa nuova figura carismatica dalle tendenze –dicono- autoritarie. In particolare si rimprovera al movimento “En Marche” un’economia di tipo liberale, troppo poco paternalista, nella continuazione se non esagerazione del quinquennio precedente, il quale non sembra per il momento aver contribuito in maniera positivamente significativa all’uscita dalla crisi. Oggi la disoccupazione e il malcontento economico sono alla base della radicalizzazione della popolazione verso l’estrema destra, motivo per il quale molti francesi si chiedono legittimamente se continuare in questa direzione non possa solo peggiorare la situazione.

In particolare tutti coloro che credevano nella “France insoumise” di Mélenchon vedono nel programma economico di Macron solo l’obbligo di scendere a tanti compromessi considerati ingiusti e controproducenti. Hanno avuto, inoltre, molto da ridire sul ruolo dei media, accusati di avere intrapreso una campagna palesemente a favore del movimento “En Marche” e del suo leader, contro tutti i suoi concorrenti.

Il suo avversario è Marine Le Pen, la quale, seguendo le orme del padre, si è messa alla guida di quello che è conosciuto in Francia e in Europa come un partito nazionalista, populista e estremamente conservatore, più volte accusato di antisemitismo e negazionismo: il Front National. La sua retorica del “Noi contro di loro” le ha fino ad ora permesso di radunare il sostegno dei cittadini delusi dalla politica condotta dal governo precedente, a cui si rimprovera soprattutto un’inadeguata politica di sicurezza ed un mancato controllo sull’immigrazione. La cultura francese è “bianca e cristiana e tale deve rimanere”, o almeno così rispondono i cittadini intervistati che sostengono Marine durante tutta la sua campagna.

Il pericolo Le Pen rappresenta da sempre l’incubo peggiore per la maggior parte dei votanti francesi, tuttavia questa volta l’alternativa è per alcuni altrettanto inquietante. A seguito del molto criticato dibattito tenutosi mercoledì sera, un vero testa a testa che ha dato più sfogo ad insulti che a vere e proprie proposizioni, una buona parte della popolazione francese si chiede a buon diritto con quale attitudine andare a votare domenica. Si sono così scatenati sui social movimenti di opinione contrastanti, tra i quali i più emblematici #SansMoiLe7Mai (#SenzaDiMeIl7Maggio) ed il “Ni Patron Ni Patrie”. Un’ipotesi quindi avanzata da una buona parte della sinistra progressista, in collera e frustrata dai primi risultati, è l’astensione. Qualunque sia il candidato che decidano di votare, infatti, rappresenterebbe la negazione di valori fondamentali e la legittimazione di qualcuno a loro ideologicamente opposto. Nel caso di scheda bianca, addirittura, si adempirebbe al proprio dovere di cittadino, senza tuttavia compromettere i valori ai quali ci si dichiara fedeli.

Qualcosa di molto simile è però già successo, non troppo lontano nel tempo e nello spazio. Nella primavera del 2015 in Polonia una fortissima percentuale di astensione e schede bianche han permesso l’ascesa al potere dell’attuale partito in carica, il quale ricorda solto molti aspetti la politica lepenista. Cos’è cambiato da allora? Innanzitutto il linguaggio predominante sulla scena pubblica: d’odio, di rifiuto e di violenza contro donne, omosessuali e immigrati tra le prime vittime. Linguaggio che si concretizza in leggi sull’aborto, disastri diplomatici, distruzione dell’ambiente, e svalutazione monetaria.

A meno di ventiquattro ore dal secondo turno riflettere è più che mai un dovere cittadino. Sicuramente votare in favore del nuovo movimento centrista neoliberale colpisce dritto al cuore un certo sistema di valori da molti condiviso. Tuttavia non farlo significherebbe tacere e lasciare che donne e minoranze razziali, religiose e sessuali, vedano i loro diritti e le loro libertà minacciati da una falsa democrazia. Il rifiuto personale di fare una scelta non gioca a favore di nessun interesse comune, se non di sé stessi. Votare “bianco” non porterà “bianco” al potere. Le legislative di luglio sono invece un’ottima alternativa per esprime la propria disapprovazione senza per questo nuocere al sistema democratico. Se gli elettori francesi dovessero infatti sentirsi a tal punto minacciati dal nuovo Presidente, avrebbero sempre il potere di limitare le sue azioni eleggendo una maggioranza parlamentare d’opposizione, controllando il sistema attraverso una coabitazione.

Il voto è innanzitutto un diritto, e di conseguenza lo è l’astensione, ma spesso dovrebbe essere vissuto come un vero e proprio dovere. Rifiutare la propria responsabilità domenica per ragioni ideologiche vuol dire porre i propri interessi davanti a quelli di una nazione e, perché no, di un continente intero. Vuol dire fondamentalmente dare prova del proprio egoismo. Nessun sondaggio è oggi in grado di predire con esattezza il risultato delle elezioni di domani, ma di una cosa si può essere certi: il popolo francese ha ancora il potere di sorprenderci e non lasciare che una minoranza accanita decida delle sorti comuni.

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