Per l’ultima puntata di questa rubrica avevo pensato a fare un articolo col botto, ma sinceramente non ne sono capace e non avevo in mente protagonisti tali da poter inserire, se non in una futura “seconda stagione”. Allora ho iniziato a navigare tra i ricordi perchè dopotutto negli articoli che ho scritto c’è sempre stata una piccola parte di me, che possa esser stata l’infanzia, l’adolescenza oppure l’età adulta. Ho notato anche di aver tratto sempre discipline diverse dalle più conosciute a quelle meno battute, quindi non potevo ripetermi, sarebbe stato troppo semplice e per principio non sentivo margini di errori immaginabili. Quindi, dopo un salto nel buio, sono riuscito a trovare l’arcobaleno. E dove finisce l’arcobaleno? Vieni ti ci porto…Era il 1975 quando la siccità della California si fece sentire facendo svuotare le piscine delle ville private delle famiglie ricche della città, gli Z-Boys, team di surfisti provenienti da Dogtown, cominciarono ad invaderle illegalmente per “cavalcarle” come se fossero onde vere. Di fatto il team degli Z-Boys nacque con l’unico scopo di surfare onde, ma in California le onde grosse si trovano solo la mattina presto, perché già dalle 10 le onde non vanno più bene per fare surf, quindi il team dovette trovare qualcosa da fare durante il pomeriggio, e si pensò allo skateboard. Arte caduta in disgrazia intorno agli anni ’60 dove era andato fuori moda, considerato ormai poco più che un giocattolo per bambini. Gli Z-Boys allora si costruirono da soli i propri skate con una tavola di legno e dei pattini, e li usavano per passeggiare sul lungomare per tenere d’occhio le onde. Per molti skater della vecchia guardia presenti all’evento (ovvero durante il Campionato di Skate di Bahne-Cadillac a.k.a. “Nazionali di Del Mar”), fu come assistere all’avvento di una nuova era, al pari della fine della guerra in Vietnam o alla creazione della Microsoft Corporation da parte di Bill Gates. Sui loro skateboard facevano la verticale sulle mani e le impennate e questi ragazzi sfrenati con uno stile ripetitivo dai passaggi corti, sembrarono comparire dal nulla. Nell’arco di un anno, lo stile aggressivo di Dogtown, e l’atteggiamento combattivo che portava insito in sé, prese a dominare lo sport, ed i suoi giovani maestri, Jay Adams, Tony Alva e Stacy Peralta, diventarono delle superstar internazionali. Ma nella gioia della creazione non può mancare la distruzione, quella che portò al disfacimento della crew, causa l’imminente indipendenza che portò i membri a sfruttare commercialmente le proprie abilità. Ma Jay Adams, forse aveva già intuito tutto ciò e rimase in disparte lontano dai riflettori, dalla macchia che si sarebbe propagata fino a tingere lo skateboard come puro commercio invece che libertà intrinseca nella vita stessa e che ancora ostiniamo a farne un valore o una virtù campata dall’essere umano o per ascendenza divina. Esiste da tempi immemori e ciò basta per renderla viva. Ma ci piace toccare tutto con le dita sporche e quel poco che si ha dalla nascita scompare sotto false promesse e aforismi decadenti. Adams già sapeva come molti della sua generazione o semplicemente  come altri spinti da una passione così terrena, che basta poco per rompere la sensibilità di una nuova vita, di un nuovo concetto, di una idea, fragile di fronte al mondo e che bisogna sforzarsi a proteggerla. Jay faceva parte degli originali Z-Boys, ritenuto uno dei più influenti skateboarder di tutti i tempi, negli anni ’70 era considerato l’unico vero skater al 100%; odiava che in quel divertimento fosse stato messo così tanto denaro e pubblicità che strapparono a quella California afosa, il divertimento e la spensieratezza ma soprattutto la purezza di un’arte e l’amicizia che fino a quel momento lo aveva legato alla crew. Scomparso pochi anni fa a causa di un attacco cardiaco oggi ci rimane una idea lontana di quel periodo. Per capire la grande onda di novità che si abbattè su Los Angeles , l’unica cosa che penso è che non sarebbe stato male viversi un periodo del genere. Ricordo il mio primo skate, le prime sbucciature alle ginocchia e ai polsi, tavole lanciate oltre i cespugli dalla rabbia e infine la soddisfazione di fare il primo trick. Peccato non avere piscine intorno a Noi dove potersi immedesimare in quei ragazzi a Beverly Hills! Il resto è storia, il tempo passa, lo skate si impolvera e l’età si scontra con la fantasia. Indubbiamente Jay ha ispirato migliaia di ragazzi a cimentarsi anche per una sola volta con il brivido dell’equilibrio. Io sono cambiato, la California è cambiata, i ragazzi appartenenti agli Z-Boys sono cambiati, il mondo dello skate è cambiato, lo stile di Jay Adams è rimasto intatto e puro da allora, con lui è nato e con lui è morto…

 

Giacomo Tridenti

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