Peppino impastato, giornalista e attivista politico siciliano, fu ucciso la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 dalla mafia.

Nato e cresciuto in una famiglia mafiosa, legata al clan Badalamenti di Cinisi, Peppino se ne allontanò già da ragazzo. Rivoluzionariamente di sinistra, scelse di seguire fino in fondo la strada più rivoluzionaria che si potesse imboccare allora in Sicilia: contrastare l’onnipotenza del domino mafioso. In una nota biografica scritta di suo pugno sta tutto il senso della sua lotta:

“Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività.”

La ribellione ai dettami familiari, l’impegno politico sempre al fianco degli ultimi, dei bistrattati abitanti di Cinisi e della Sicilia contro un nemico potente e ben in vista (tranne per chi avrebbe dovuto vederlo fin da subito), lo spinsero a schierarsi in prima persona. Dapprima attraverso il circolo “Musica e Cultura”, punto di riferimento dei giovani di Cinisi, poi, dal 1977, attraverso Radio Aut.

Ed è proprio con Radio Aut che Peppino Impastato firmerà la sua condanna a morte: nel suo programma (Onda Pazza), venivano presi di mira i mafiosi del paese (primo della lista “Tano Seduto”, ovvero Gaetano Badalamenti) e gli esponenti locali della Democrazia Cristiana, fortemente collusi con i boss. Attraverso lo scherno e l’ironia, su Onda Pazza veniva denunciato il traffico di droga tra gli Stati Uniti e la Sicilia, messo in piedi (tra gli altri) da Cesare Manzella (suo zio), nonché gli errori progettuali nella costruzione dell’aeroporto di Punta Raisi – attuale aeroporto “Falcone e Borsellino” di Palermo –  e la successiva speculazione edilizia che ne seguì.

Era troppo. La condanna a morte venne decisa da Gaetano Badalamenti in persona, dopo la dipartita del padre di Peppino (morto in un misterioso “incidente d’auto”), che fino all’ultimo aveva cercato di intercedere per la salvezza del figlio.

Qualche giorno prima delle elezioni comunali, a cui era candidato nella lista della Democrazia Proletaria, venne ucciso. L’omicidio fu camuffato da attentato dinamitardo finito male, con il corpo dilaniato che venne rinvenuto sulla linea ferroviaria Palermo – Trapani.

La notizia venne completamente ignorata, a causa del contemporaneo ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse (di cui si può leggere qui).

Il processo, pur riconoscendo la matrice mafiosa del delitto, non riuscì a individuare i colpevoli e si chiuse nel 1992. Successivamente, nel 1997, venne riaperto dietro la pressione di una petizione popolare, e grazie alle confessioni del pentito Salvatore Palazzolo si poterono identificare e condannare Gaetano Badalamenti e il suo vice Salvo Palazzolo come mandanti del delitto, mentre gli esecutori materiali Francesco Di Trapani e Nino Badalamenti erano morti nel frattempo.

La tenacia della madre e del fratello di Peppino alla fine avevano vinto. Giustizia era stata fatta.

La mafia è una montagna di merda, diceva sempre Peppino. Ma non potrà mai sommergere e cancellare il coraggio delle persone oneste.

Lorenzo Spizzirri

https://metropolitandotblog.wordpress.com/2017/05/09/trentanove-anni-e-cento-passi-dopo-in-ricordo-di-peppino-impastato/

 

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