Una settimana fa un uomo si faceva esplodere alla Manchester Arena subito dopo il concerto dell’icona pop Ariana Grande.

I morti compreso l’attentatore sono 23, di cui almeno 12 erano bambini al di sotto dei sedici anni. La maggior parte, dunque, bambini. Sì, perché alla Manchester Arena, quella sera, la popolarissima cantante Ariana Grande si esibiva in concerto. Centinaia di bambini si sono fatti accompagnare dai loro genitori per assistere alla performance del loro idolo, della loro icona preferita.

Salman Ramadan Abedi, questo il nome dell’attentatore che rimbalza nei giorni successivi sulle testate di tutto il mondo, fra non poche polemiche inerenti fughe di notizie e incomprensioni fra intelligence varie. Come pure rimbalzano sulla rete (YouTube e piattaforme analoghe) frammenti di video del momento in cui si ode in sottofondo l’esplosione dell’ordigno.

L’attentatore, Salman Abedi

Sul terribile accaduto si sono pronunciati tutti, capi di stato, capi di governo, cariche istituzionali, e via discorrendo. Le parole, più o meno le stesse: sdegno, paura, rabbia, a cui si aggiunge una più tenue volontà di non cedere alle richieste istintive del terrore e del terrorismo in generale.

Resistere al terrore. Questo, in fondo, sembra essere il punto focale di tutti i discorsi sinora pronunciati a seguito di stragi, attentati e attacchi di natura analoga a quello avvenuto a Manchester. Resistere al terrore: significa pure resistere alle immagini, al potere che le immagini di una strage suscitano, irrimediabilmente, in tutti quelli che le osservano. Una immagine vale più di mille parole, se quell’immagine è sufficientemente incisiva da aggrapparsi alla coscienza di chi guarda. Ecco, allora, che tutti i bambini e le bambine, figli e figlie di mamme e papà, quei bambini, proprio loro sono quegli stessi figli e figlie rimasti tragicamente uccisi. È in casi come questo che la potenza identificativa dell’immagine fa mostra di sé in tutta la sua travolgente violenza.  Quale genitore, in questi giorni, non si è posto la stessa domanda: «E se fosse accaduto a mio figlio, o a mia figlia?» Resistere al terrore significa resistere alle immagini del terrore, che il terrore promuove e celebra di se stesso.

Il serpente che si mangia la coda. Fin dal momento della sua costituzione, il Daesh ha notoriamente fatto uso di mezzi propagandistici, come l’uso esplicito di piattaforme social, o comunque avvalendosi di materiale esclusivamente audiovisivo (il tutto, naturalmente, non è facilmente accessibile, men che mai attraverso normali ricerche online). L’organizzazione del terrore fa un uso efficace della propaganda, come pure fa un uso efficace dei mezzi di indottrinamento, di reclutamento dei suoi alfieri della morte. Così, prima ancora che organizzazione terroristica, il Daesh è un’agenzia pubblicitaria. Certo, pubblicizza il terrore, la morte, la jihad, ma pur sempre pubblicità. Il motivo profondo, intimo, per cui il Daesh spaventa tanto i popoli occidentali, è da cercarsi nell’efficacissima modalità di trasmissione delle immagini che è stata adottata: ossia quella pubblicitaria. Nella società dei consumi e del benessere, dove ogni utente è sostanzialmente raggiunto dai “suoi prodotti” affinché ne faccia acquisto, il Daesh ha inserito in maniera del tutto efficace – e non gli si può negare – una pubblicità che raggiunge ogni utente nel suo intimo: la paura dell’essere, in qualsiasi momento, una possibile vittima. È così un serpente che si morde la coda, senza inizio né fine, un circolo vizioso di paure autoalimentate. Il Daesh è egli stesso autore e parte del messaggio pubblicitario che invia di se stesso.


C’è qualcosa che sfugge, in tutte queste storie di terrore e di morte, e ciò che sfugge è il giusto peso che si dovrebbe dare a ogni vicenda. Non si intende qui fare polemiche gratuite sulla sacralità o dignità della vita, perché ogni vita – in fondo – è degna di essere vissuta. Qualche giorno fa si è consumata nelle acque del Mediterraneo l’ennesima strage di migranti. Nell’ultimo catastrofico naufragio, al largo delle coste libiche, 31 sono stati i morti, di cui molti erano bambini. Il peso delle vite è, al netto delle opinioni – almeno secondo il parere di chi scrive – decisamente impari. Perché i bambini morti in mare, differentemente dai bambini morti alla Manchester Arena, non hanno subìto rivendicazioni dal Daesh.

Non si parla qui di spettacolarizzare la violenza: di morte e di violenza, nei giornali e in TV, se ne parla pressoché quotidianamente. No, il problema delle stragi in mare è che apparentemente non c’è – o almeno così si tenta di giustificare – nessun colpevole diretto, manca la causa efficiente. E con questo non si vuole dare luogo alle polemiche, ma è innegabile che fra l’una e l’altra situazione esiste una certa disparità: da un lato, un attentato in cui muoiono bambini di cui sappiamo di ognuno il nome, in cui si sa la causa e il nome di chi ha provocato la strage, ossia si sostituisce al concetto impersonale di “kamikaze” quel nome e quel volto specifici e personali (e trionfa il potere delle immagini che autoalimentano se stesse); e poi, invece, la situazione di un naufragio in cui non conosciamo nulla o quasi di quei bambini, in cui non si conosce né il nome né il volto di un possibile accusato, tutto rimane in sostanza fuori del dominio delle immagini. Perché le immagini – semplicemente – non ci sono, e qualora ci fossero immagini, perlopiù, sono di ambiente, depersonalizzate. Poche immagini ci hanno colpito delle stragi dei migranti: un esempio su tutti, la foto del piccolo bambino riverso, senza vita, sulla battigia con ancora indosso le scarpe e la sua T-Shirt rossa.

La civiltà occidentale è così profondamente spaventata dal Daesh, perché questo si è inserito nel sistema delle immagini che la società dei consumi usa come metodo per autoalimentare se stessa (e di “consumo delle immagini” si parla, concetto tipicamente occidentale). Il Daesh ha trovato nel sistema delle immagini che comprano se stesse un efficace metodo di propaganda e di diffusione del terrore.

Ma tutto questo non deve mai, non può nemmeno per un momento portarci a dire che una vita vale più di un’altra perché, nel momento in cui viene a mancare, ha ricevuto “più pubblicità”, o perché rende di più in termini di immagine – in ogni senso.

C’è forse da pensare che esista una qualche singola vita che sia indegna di avere una sua immagine e un suo riconoscimento, diritti e doveri, e infine una propria identità e aspirazione?

 

Andrea Picchi
http://metropolitanmagazineitalia.blog/2017/05/29/il-cabaret-delle-stragi

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