È andato in onda ieri sera sull’emittente televisivo Sky il confronto dei due candidati alla guida del governo britannico: Theresa May (leader dei conservatori) e Jeremy Corbyn (leader dei labouristi). Tale confronto, differentemente a quanto avvenuto durante le presidenziali francesi, si è tenuto in più momenti ben distinti che hanno visto la presenza in fasi alterne dei due leader nello studio. La decisione di strutturare in siffatto modo il talk show è la conseguenza della rinuncia al confronto diretto della candidata May, che potendo contare ancora su un vantaggio di 7 punti, a fronte dei 20 successivi allo scioglimento, non vuole vedere un ulteriore sbriciolamento del consenso nei confronti dei conservatori. 

Per mediare il dibattito “sconnesso” è stato scelto uno dei più severi e scaltri conduttori televisivi britannici: Jeremy Paxman. Quest’ultimo non ha deluso le aspettative e ha incalzato subito i due ospiti con domande in grado di suscitare un certo imbarazzo. Rivolgendosi alla May, infatti, non si cura di mettere in luce il suo passato da “europeista” facendole notare le discordanze con un presente in cui la stessa May, appunto, incarna il ruolo di paladina della Brexit. Pronta la risposta della leader conservatrice: “Sì ero per rimanere, ma dicevo anche che non sarebbe caduto il cielo se ce ne fossimo andati dalla Ue”. Inoltre la Leader Tory non perde l’occasione per ricordare che le sue azioni sono la conseguenza del volere popolare, e quindi il suo operato avrà come fine ultimo la completa emancipazione della G.B. dal colosso continentale. Quando però il conduttore alza il tiro, ricordandole che tutta una serie di proposte (tasse ai lavoratori autonomi e sistema di welfare su tutti) si era conclusa con lo stesso dietrofront con il quale aveva gestito il caso Brexit, l’ex premier rimane in silenzio. Non manca la stangata finale quando il conduttore evidenzia come questi continui dietrofront possano rappresentare elemento di debolezza e sintomi di paura nella fase negoziale con i burocrati di Bruxelles.

Non meno acciaccato ne è uscito il leader laburista Jeremy Corbyn. Quest’ultimo, repubblicano convinto, ha subito le provocazioni di Paxman proprio riguardo alla forma di Stato desiderata. Il conduttore non ha mancato di sottolineare, infatti, le contraddizioni che si palesano tra il Manifesto del partito laburista e le sue più intime convinzioni politiche: questione relativa alla forma di stato monarchica, programma nucleare e nazionalizzazione delle banche. A quel punto il leader laburista ricorda che il programma è stato prodotto da una moltitudine di voci e che lui non incarna la figura di dittatore, non mancando, inoltre, di sottolineare la sua rassegnazione sull’impossibilità di trasformare la monarchia in Repubblica. Per ciò che concerne la questione degli armamenti nucleari si è detto favorevole all’abolizione integrale e, infine, per i processi nazionalizzazione delle banche non ha preso una posizione ben chiara assumendo cautamente un atteggiamento vago.

Durante il confronto sono state riprese le già note posizioni sui negoziati che traghetteranno la G.B. fuori dall’Europa: Corbyn sostiene che non si debba lasciare l’unione Europea senza un accordo ben definito, mentre Theresa May, ricalcando la sua linea dura, ricorda che è meglio non siglare nessun accordo piuttosto che siglarne uno sconveniente.

Lo scontro sul versante terrorismo avviene proprio a pochi giorni dall’attentato di Manchester. La leader tory si presenta come tutrice dell’ordine e della sicurezza nazionale, mentre lo sfidante non perde l’occasione per sottolineare come i continui tagli alla sicurezza possano favorire episodi di terrorismo all’interno dello stato.

In sintesi, non sarebbe azzardato sostenere che l’unico elemento che ha accumunato i due leader nel confronto “sconnesso”, sia stata proprio quella sedia posizionata alla sinistra del teleschermo e che l’unico ad uscire vincitore in questo confronto sia stato proprio lo stesso Jeremy Paxman.  



William de Carlo

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