Gli Stati Uniti, secondo produttore mondiale di gas serra, si ritirano dall’accordo di Parigi sul clima. Un addio che, almeno a parole, si presenta come un arrivederci, quello annunciato dal Presidente Donald Trump ieri pomeriggio, ore 21 in Italia, dal prato davanti alla Casa Bianca. L’addio a un accordo che definisce “negativo” per il suo paese, ma che vorrebbe sostituire con un altro “che sia giusto”.
Nel frattempo, a partire da oggi, gli Usa smettono di onorare le parti non vincolanti dell’accordo. E questo non può che peggiorare il surriscaldamento globale.
US President Donald J. Trump hosts Vietnamese Prime Minister Nguyen Xuan Phuc
 Foto: EPA/SHAWN THEW
Gli Stati Uniti cominceranno a negoziare un nuovo accordo sul clima. Vogliamo un accordo che sia giusto. Se ci riusciremo benissimo, altrimenti pazienza”. Aprono un piccolo spiraglio, ma non sono certo molto rassicuranti le parole con cui Trump ha annunciato il ritiro dall’accordo di Parigi sul clima. L’intenzione dichiarata è quella  di aprire le trattative per rientrare nell’accordo o per farne uno interamente nuovo che abbia i termini giusti per la nazione, le aziende, i lavoratori e i contribuenti americani: ovvero tutti coloro che Trump rappresenta perché “sono stato eletto dai cittadini di Pittsburgh, non da Parigi”.
Come tutti gli annunci di crisi e intenzioni di “divorzio” si parte con una separazione, un “prendiamoci del tempo”, che potrebbe diventare definitiva. Oppure rientrare. E che nell’immediato si traduce in alcune azioni concrete: gli Usa smetteranno immediatamente di contribuire al Green Climate Fund delle Nazioni Unite e di rispettare le parti non vincolanti dell’accordo, cercando di essere amici dell’ambiente, ma senza danneggiare l’occupazione americana.
All’interno dello staff presidenziale, la risposta di Elon Musk, il visionario amministratore delegato di Tesla, non si è fatta attendere: ha annunciato che lascerà il comitato degli advisor economici del presidente Donald Trump perché “Lasciare Parigi non è buono per l’America o per il mondo”. Anche le aziende americane, da Wall Street alla Silicon Valley, hanno chiesto al presidente di restare nell’accordo di Parigi.
Riscaldamento-globale

Lo stato attuale delle emissioni

Come in tutte le crisi, ci vorrà tempo per risolvere la situazione, in un senso o nell’altro. Un tempo che forse il nostro pianeta non ha, perché continua a surriscaldarsi e a subire i contraccolpi dell’inquinamento.
Il quadro attuale, dati del 2015, vede la Cina come primo produttore mondiale di gas serra, con il 29% delle emissioni, e gli Usa al secondo posto con il 15%. Al terzo e al quarto posto troviamo rispettivamente Unione europea (10%), in leggero aumento dopo vent’anni di calo costante, e India (6,3%), che invece è in netto aumento nelle emissioni e che avrebbe bisogno del buon esempio americano.
Nel 2015 le emissioni cinesi sono calate dello 0,7% e nel 2016 di un altro 0,5%: il calo è dovuto alla chiusura di centrali a carbone e all’apertura di centrali nucleari, rinnovabili e a gas. Alla Cina, priva di petrolio e avvelenata dal carbone, conviene puntare su fonti ecocompatibili come eolico e fotovoltaico e sta investendo in questi settori in modo massiccio.
Gli Usa, invece, nel 2015 avevano tagliato le emissioni del 2,6% e nel 2016 dell’1,7%, grazie a notevoli investimenti sulle rinnovabili, favoriti dall’amministrazione Obama: la scelta annunciata ieri da Trump potrebbe essere l’ennesimo disfacimento di quanto deciso dall’amministrazione precedente, ancora una volta dettata dalla volontà di salvaguardare in primis gli interessi a stelle e strisce.
In un documento distribuito ai membri del Congresso, di cui danno notizia i media americani, si troverebbe nero su bianco la spiegazione di quanto fatto da Trump: l’accordo sul clima ”impone dei costi in anticipo sugli americani a danno dell’economia e della crescita del lavoro, mentre strappa impegni insignificanti da altri paesi, come la Cina”. Con il ritiro dall’accordo sul clima di Parigi, il presidente Donald Trump “mantiene una della promesse” della campagna elettorale.

Le reazioni internazionali

Tante, e tutte importanti, le dichiarazioni fatte a livello internazionale non appena dato l’annuncio del ritiro Usa dall’accordo di Parigi.
Iniziamo dal presidente di una triste e amareggiata Commissione Ue, Junker, che ha ricordato come, nonostante le intenzioni di un’uscita immediata dall’accordo, agli Stati Uniti ci vorranno “tre o quattro anni anni per uscirne”.
E poi i premier e i capi di stato: dispiaciuta la cancelliera tedesca, che ha contattato personalmente il presidente americano e che ha detto, in una nota congiunta con il premier italiano Gentiloni e il presidente francese Macron:
“L’Accordo di Parigi rimane una pietra angolare della cooperazione tra i nostri paesi per affrontare efficacemente e tempestivamente i cambiamenti climatici e per attuare gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda del 2030. Crediamo fermamente che l’accordo di Parigi non possa essere rinegoziato, in quanto strumento vitale per il nostro pianeta, le società e le economie. Siamo convinti che l’attuazione dell’accordo di Parigi offra grandi opportunità economiche per la prosperità e la crescita nei nostri paesi e su scala globale”.
Tutti confermano la loro adesione all’accordo, come anche l’India e la Cina.
Come ha ribadito il nostro ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti , ora tutto si complica per chi quell’accordo lo vuole rispettare:
“La scelta dell’amministrazione Trump di uscire dall’accordo di Parigi è pericolosa, perché rende estremamente più complicata la lotta al surriscaldamento globale e ai danni che questo determina al Pianeta. L’America oggi, per inseguire vecchi paradigmi del passato, si svincola da una responsabilità morale, ma ferma solo sé stessa, non l’accordo di Parigi: l’impegno del resto dei Paesi ora dovrà essere ancora più determinato, con altri protagonisti e altre leadership, come quella dell’Europa e della Cina”.
Federica Macchia
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