Sono state le stesse Iene, per bocca del loro inviato Matteo Viviani, ad ammettere candidamente la verità: gli spezzoni di video inseriti nel loro servizio sul fenomeno del Blue Whale non c’entrano con il Blue Whale. 

In un’intervista uscita ieri sul Fatto Quotidiano, Matteo Viviani ha ammesso di non aver verificato il materiale utilizzato per creare il servizio del 14 maggio, servizio che ha – di fatto – portato alla ribalta un fenomeno estremamente di nicchia e forse neanche autentico fino in fondo.

Il “gioco” consisterebbe in una sequenza di 50 sfide, sequenza che si concluderebbe con il suicidio del partecipante (adolescente) gettandosi dal palazzo più alto della propria città.

L’ammissione delle Iene arriva dopo che la pagina Facebook Alici come prima aveva analizzato i video trasmessi durante il servizio, scoprendone la reale origine. Si scopre così che uno dei filmati è con ogni probabilità falso, che un altro è stato girato in Cina, che uno risale al 2010 (ben prima quindi della nascita del fenomeno) e che un altro ancora alla base aveva motivi di droga. Insomma, nessuno è quindi collegabile al Blue Whale in alcun modo.

Viviani si è difeso dichiarando di aver ricevuto il materiale da un’emittente televisiva russa, e quando gli viene chiesto il motivo di inserire video falsi nel servizio la risposta è disarmante: «Era solo il punto di partenza, cambiava qualcosa se mettevo un voice over di 4 secondi in cui dicevo che quei video non erano collegati al Blue Whale?». I video sono stati inseriti perché “esplicativi” di quel che si parlava nel servizio, aggiunge Viviani. Con tanti saluti alla verifica delle fonti e della notizia (ABC del giornalismo), aggiungiamo noi.

Sulle Iene sono quindi piovute le accuse di aver importato in Italia un fenomeno marginale e che interessava principalmente  l’Europa dell’Est e la Russia (dove i 130 casi di suicidi legati al Blue Whale citati da Viviani sono scesi di colpo a 10, di cui solo 1 realmente collegabile al “gioco della morte”). A sostegno di queste accuse vengono citate le ricerche su Google, aumentate a dismisura nelle ore e nei giorni immediatamente successive alla messa in onda del servizio.

A questo punto, occorre spezzare una piccola lancia a favore di Viviani: la storia del Blue Whale circolava già tra gli adolescenti italiani, sia pur in numeri molto più ridotti. Adesso il dubbio è un altro: è vero che vi sono interventi della Polizia e dei Carabinieri che hanno sventato suicidi di adolescenti collegati al fenomeno, ma siamo sicuri che la partecipazione al Blue Whale sia la causa di questi tentativi? In altre parole, siamo sicuri che gli adolescenti, dietro il paravento del Blue Whale, non nascondano ben altri disagi che li spingono a tentare il suicidio?

Quindi, le Iene non avrebbero dovuto affrontare il tema del Blue Whale? Certo che no, ma avrebbero dovuto farlo in maniera diversa, evitando il tono allarmistico e il sensazionalismo utilizzati. Soprattutto in virtù del loro grosso seguito di pubblico, nonostante le tante bufale diffuse senza criterio negli anni (Stamina, China Study, e via elencando).

Proprio perché si tratta di fenomeni che interessano particolarmente gli adolescenti, la cui mente è più facilmente influenzabile, bisognerebbe muoversi con estrema cautela, pesando ogni parola e verificando ogni fonte, per fornire un’informazione corretta. Altrimenti il rischio che si corre è l’esatto opposto, ovvero trasformare quella che aveva tutti i caratteri di una leggenda di internet in realtà, elevando il Blue Whale a emblema dell’autolesionismo e trasformandolo in una pericolosa moda da emulare.

Andiamo male care Iene, molto molto male.

Lorenzo Spizzirri

https://metropolitanmagazineitalia.blog/2017/06/09/le-iene-e-il-blue-whale-ovvero-il-sensazionalismo-spacciato-per-informazione/

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